Il medico di medicina generale (sinonimi: di fiducia, di famiglia, di “base”), ma in genere ogni medico che voglia porsi correttamente nelle condizioni migliori per svolgere il suo compito - “la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell'uomo, e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana” (come afferma il nuovo Codice di Deontologia Medica della FNOMCeO) - deve impegnarsi a sviluppare alcune doti, instaurando un corretto rapporto medico-paziente.

Deve innanzitutto coltivare la capacità di ascoltare attivamente: non sempre il paziente è in grado descrivere in modo chiaro e completo i sintomi che ha e spesso il suo racconto è condizionato dalla situazione di sofferenza in cui si trova. Quasi sempre, bisogna fare una cernita nella varietà e profusione di sintomi descritti (il paziente che dice troppe cose). In altri casi vengono riferiti “altri problemi” che non sono propriamente il punto focale, che viene taciuto per timidezza o vergogna; bisogna scovare nella narrazione del paziente le informazioni non subito evidenti e i segnali deboli, o quelli che esprime con il cosiddetto “linguaggio del corpo”. 

In secondo luogo, deve affinare la capacità di comunicare con cautela (con “tatto”), specialmente quando si deve riferire una diagnosi o spiegare una prognosi sfavorevole, pur sapendo che non esistono un modulo standard o delle “linee guida”, e che l' università o i corsi di specializzazione non preparano a questo,  ma che tale capacità dovrebbe essere frutto dell'esperienza del medico, non in quanto sanitario, ma in quanto essere umano. 

Il medico deve poi cercare di agire con delicatezza, per mettere il paziente a proprio agio e per farlo “raccontare” di sé anche su aspetti intimi e per rassicurarlo nel caso in cui le comunicazioni siano per lui negative. Deve perciò cercare, e non è sicuramente facile, di acquisire la capacità di comprendere lo stato d'animo altrui ovvero tentare di essere empatico. Empatia significa “sentire dentro”, mettersi nei panni dell'altro, in questo caso del paziente o del malato. E questo è particolarmente difficile con alcune persone, i cosiddetti pazienti “ ostili” (diffidenti per carattere o cultura, troppo esigenti oppure collerici); e quì bisogna esercitare la virtù della pazienza, merce rara ormai in tutti campi.

Non da ultimo il medico deve sforzarsi di esprimersi con appropriatezza e con concisione, per  saper riassumere il “succo” di una diagnosi, senza tecnicismi, o “paroloni” medici, che sempre creano barriera psicologica tra sanitario e assistito. Purtroppo bisogna dire che a volte questa barriera viene creata ad arte ( si ricordi, per citare un altra categoria di professionisti, Don Abbondio e il suo “latinorum” di manzoniana memoria). Il medico onesto deve impegnarsi con il linguaggio a rendere comprensibile anche alle persone con minore scolarità i concetti chiave che devono essere compresi per poi poter prendere insieme delle decisioni. 

Infine, ma non meno importante c'è la capacità di persuadere il paziente. Esistono pazienti che giungono con richieste anche pressanti di esami e visite specialistiche per disturbi a volte banali, e sta al medico rassicurare e spiegare. Oppure pazienti che adottano la cosiddetta “politica dello struzzo” (anche se pare che non sia vero che tale animale infili la testa sottoterra) e non vorrebbero sapere la verità specie se non gradita. Questo è forse il compito più arduo, che richiede un particolare impegno per i medici “di famiglia”, in quanto, appurato ciò che è meglio per l' assistito, bisogna convincere - e poi accompagnare - lui e chi gli è vicino in percorsi per essi sconosciuti.

Tali percorsi sono spesso di sofferenza, pieni di incognite e di scelte continue da compiere (penso ad esempio alle persone come i malati terminali in A.D.I., in terapia palliativa). Di fronte a questo, il sentimento predominante è la paura: della sofferenza, del dolore fisico, della perdita dell'autonomia, della possibile perdita delle capacità critiche e, soprattutto, della morte. Qui, a questo punto, il medico di medicina generale ( che era “di base”, secondo la legge 23 dicembre 1978 n. 833 istitutiva del Sistema Sanitario Nazionale, termine mai amato dalla categoria) o “di famiglia”,  diventa veramente medico di fiducia. La fiducia è il cardine senza il quale non può esistere nessun rapporto medico-paziente.

Orbene, se si tiene conto di questi presupposti, sembrerebbe che per essere un buon medico una persona non solo dovrebbe essere laureato in medicina ma dovrebbe anche avere doti di psicologo, dovrebbe essersi diplomato all'Actors Studio e, non da ultimo dovrebbe avere una vocazione alla santità tipo dottor Schweitzer, dedicando quarantotto ore al giorno al proprio lavoro. In tempi in cui i media sbattono ogni giorno in prima pagina titoli su malasanità, crescono continuamente contenziosi legali e richieste di indennizzo e i medici tendono ad esercitare anche la medicina difensiva, forse il medico “di fiducia” potrebbe risultare un semplice anacronismo o, meglio, una figura utopica mai neanche raggiunta prima (onnipresente è il luogo comune delle mitiche ere in cui il medico condotto c'era sempre quando lo chiamavi e arrivava sempre in tempo col calesse).

D'altro canto non esiste neanche il paziente ideale, che dovrebbe essere una persona che  ha imparato a conoscere come è fatto il proprio corpo e quindi in grado di valutare quando c'è qualcosa che veramente non va, per poi rivolgersi al medico. Tale paziente culturalmente informato dovrebbe rispettare il più possibile quanto consigliato dal medico; ma potendo dissentire e discutere con il medico quando qualcosa non risulti chiaro. Dovrebbe eseguire gli esami e le cure prescritte, decise insieme al medico.

Tutti, sia i pazienti che i medici, sono esseri umani. Quindi possono sbagliare. Un errore medico, non in malafede, nell'ottica di un vero - ideale - rapporto di fiducia medico-paziente, sarebbe un'evenienza spiacevole, ma da affrontare insieme e non “contro”, così come un successo terapeutico dovrebbe essere una meta condivisa.