Il 23 maggio 1868 un robusto e atletico uomo di 59 anni entra nello studio del proprio medico e inizia a tossire con insistenza, poco dopo sputa sangue in tale quantità da morire dissanguato in pochi minuti.

Dodici ore prima aveva avuto un unico e minore episodio simile e da un anno circa non si sentiva molto bene, accusava debolezza, difficoltà a respirare e dolore al torace in progressivo peggioramento.

Era un uomo alto robusto e in buona salute fino all’ anno precedente, non era mai stato ricoverato in ospedale o malato seriamente ma prima della comparsa dei sintomi era caduto mentre scendeva da un ripido pendio procurandosi contusioni multiple e lividi.

Alla visita medica poco prima della sua morte aveva il polso radiale destro significativamente più debole e meno percepibile del sinistro.

Suo padre era morto cadendo da un albero quando aveva 8 anni, beveva alcolici in quantità moderata, fumava ed era una guida esploratore, avendo prestato servizio per diversi anni nelle forze armate. 

Si  chiamava Kit  Carson, nato nel 1809 nel Kentucky, Stati Uniti.

Frequento poco la scuola, non imparò mai a leggere e sapeva scrivere a malapena il suo nome.

A 16 anni scappò di casa diventando prima cacciatore e poi guida al servizio delle carovane che attraversavano gli Stati Uniti verso la California attraversando le Montagne Rocciose.

Si arruolò combattendo nella guerra messicano-statunitense e nella guerra di secessione  con i nordisti come brigadiere generale, facendosi valere grazie alle sue capacità di esploratore e cacciatore. 

 

Si sposò a 25 anni con una donna indiana della tribu’ Arapao, di nome ‘Erba che canta’ dalla quale ebbe due figli e che morì di parto e successivamente, alla sua morte con una donna Cheyenne di nome ‘Percorrendo la nostra strada’ che però lo lasciò poco dopo per seguire la migrazione della sua tribù. A 34 anni sposò la terza moglie, Josefa Jaramillo, allora quattordicenne e da quest ultimo matrimonio nacquero ben otto figli, l’ ultimo dei quali poco prima della sua morte.Il suo ruolo fu determinante nei rapporto conflittuali tra le popolazioni indiane e i colonizzatori.

Fu protagonista di innumerevoli episodi, dai quali nacquero racconti e novelle e scrisse una famosa autobiografia. 

 

In Italia è noto anche per il personaggio al fianco del protagonista nel fumetto Tex Willer. 

 

 

 

 

  

 La causa di morte fu la rottura di un aneurisma intratoracico.

Venne esclusa tra le possibili diagnosi la tubercolosi per l’ assenza di febbre, il tamponamento cardiaco per il sanguinamento massivo, le bronchiectasie per l’ assenza di tosse ed il cancro al polmone per l’ assenza di sanguinamento modesto e ricorrente dalle vie aeree.

Il suo medico curante di allora, il Dottor Tilton formulò la diagnosi corretta ipotizzando la sede anatomica dell’ aneurisma per l’ evento drammatico che lo condusse a morte: la cosiddetta arteria innominata, adiacente alla trachea.

Verosimilmente la caduta l’ anno precedente  aveva determinato la lesione iniziale e lo sviluppo lento e progressivo dell’ aneurisma  con conseguente erosione della trachea e sua rottura al momento dell’ esplosione dell’ aneurisma.

Alcuni pazienti affetti da una sindrome genetica detta di Marfan hanno una particolare predisposizione a sviluppare aneurismi in quella sede ma l’ aspetto fisico tipico (alti e magri ) non era quello di Kit Carson e quindi fu esclusa.

La sifilide infine è associata a questi aneurismi ed è verosimile fosse stata contratta dall’ esploratore ma non vi è nessuna evidenza a confermare questa ipotesi ne’ presenza dei tipici sintomi nella sua storia clinica. 

Se Kit Carson fosse vissuto ai nostri giorni, al momento della caduta sarebbe stato verosimilmente sottoposto ad accertamenti ma la diagnosi di lesione vascolare intratoracica avrebbe potuto sfuggire, soprattutto in presenza di un elettrocardiogramma e di una radiografia del torace normali e senza aver eseguito una tac che invece avrebbe probabilmente individuato la lesione. 

 

La terapia di scelta oggi sarebbe stata uno stent endovascolare molto meno invasiva della ricostruzione per via toracica toracotomica e con ottime probabilità di successo.

Durante il suo ultimo anno in vita, in condizioni di salute  non ottimali disse ‘se non fosse stato per quella caduta avrei potuto vivere 100 anni’.

Sicuramente sarebbe stato un padre presente per i suoi dieci figli che invece , almeno gli ultimi otto,si ritrovarono orfani nel giro di poche settimane per la morte di entrambi in genitori.  

Durante i suoi anni migliori passò alla storia per la sua celebre sfida: uccidere sei bisonti con sei colpi: riuscì a ucciderne addirittura sette, dopo aver recuperato uno dei proiettili usati dal corpo di uno dei bisonti colpiti! 

Dedicato al mio ex primario, come dimenticare la collezione completa di Tex Willer nel suo studio?