Ricorrono in questi giorni i 40 anni del disastro di Seveso, molti gli incontri e le celebrazioni che si sono succedute. La diossina rappresenta nell’immaginifico collettivo, il vincolo critico nel rapporto fra oncologia e territorio.

Questione a me cara in quanto, avendo lavorato per oltre un decennio presso l'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, mi sono più volte occupato di correlazioni tra fattori ambientali e tumore.

Tra le iniziative di maggior interesse, merita particolare attenzione la mostra: “BIANCO”, nelle sale di Villa Calvi di Cantù con una selezione di opere, che offre l’occasione di riflessione sui temi di salvaguardia della natura e responsabilità dell’uomo nella tutela dell’ambiente. “Disastro di Seveso”, è il nome con cui si ricorda l'incidente, avvenuto il 10 luglio 1976 nell'azienda Svizzera ICMESA di Meda, che causò la fuoriuscita e la dispersione di una particolare diossina: la tetraclorodibenzo-p-diossina, meglio nota come TCDD. Il veleno investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi, particolarmente quello di Seveso.

Non è stato il primo episodio nella storia, né il più importante eppure è il primo choc ambientale italiano, quello con la maggior risonanza pubblica anche a livello europeo e che portò alla creazione della direttiva 82/501/CEE nota anche come direttiva Seveso. Come sempre esistono due modi per affrontare un problema: uno ideologico e uno basato sui fatti. Io ho preferisco partire dal secondo. Il tema della diossina ha rappresentato per molti anni e ancora oggi tiene banco, una lunga diatriba sul reale rapporto tra sostanze chimiche e agenti cancerogeni.

L’attenzione negli anni successivi al disastro, è stata volutamente indirizzata solo sull’azione cancerogena della nube di diossina fuoriuscita.

Alcuni giornali scientifici, come “The Lancet”, pubblicarono scritti a favore della tesi dell'innocuità della diossina; in Svizzera nessun quotidiano parlò mai di disastro; il Prof Lorenzo Tomatis, all'epoca direttore del massimo ente comunitario di ricerca sul cancro, lo IARC di Lione, invitò a smetterla di denigrare la Hoffmann-La Roche: società amministratrice dell’ICMESA. Veniamo all’argomento più insidioso: il potenziale cancerogeno. Studi eseguiti su cavie hanno dimostrato che la TCDD può essere cancerogena, ma non può essere considerata un cancerogeno completo, poiché svolge un’attività di promotrice, per questo motivo è stata inserita dallo IARC tre le sostanze ad azione cancerogena di classe B1.

Nell’uomo, infatti correla con sarcoma dei tessuti molli, linfoma Hodgkin e non-Hodgkin, tumori tiroidei e polmonari, mesoteliomi. Eppure non tutto il male vene per nuocere: dal disastro di Seveso, i ricercatori sono riusciti a scoprire un recettore che è fondamentale per far maturare il nostro sistema immunitario e proteggerci quindi dal cancro.

In conclusione cosa resta di quel tragico sabato mattina?

La consapevolezza che non si trattò di un incidente, ma di un mix tra silenzio colpevole di un’azienda, ignoranza ed impreparazione delle amministrazioni e distrazione da parte della popolazione. Solo considerando Seveso sotto questo aspetto potremmo comprendere il senso umano della tragedia e prevenire ulteriori episodi. Come diceva Manzoni: "il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune".