Quando ho intrapreso la carriera di giovane medico tutti i miei sforzi erano indirizzati alla cura delle malattie con l'estrema volontà di curare e quindi salvare i pazienti.

Ben presto mi resi conto che eliminare la patologia salvando la vita delle persone non era sufficiente, non bastava.

La chirurgia può essere spesso demolitiva nel trattamentro e nella cura delle malattie. Guarire a volte può significare convivere per il resto della vita con un handicap: dolore cronico nella sede dell'intervento, ipomobilità agli arti, deficit di forza, ecc.

Fenomeni questi che possono condizionare senbilmente il quotidiano divenendo a lungo andare una vera e propria malattia. Certamente di fronte ad una patologia grave, un tumore del polmone ad esempio, tutto sembra perdere importanza sul momento, e in effetti è così, ci si concentra solo sul vero nemico.

Ma al postoperatorio chi ci pensa? O meglio quando è giusto pensare a ciò che verrà dopo?

Oggi le tecniche chirurgiche e anestesiologiche hanno compiuto enormi passi avanti proponendo approcci sempre più mininvasivi senza l'amputazione fisica di organi e apparati (vedi film Vats Lobectomy) e il blocco temporaneo anestetico dei fasci nervosi che trasportano gli stimoli dolorosi, pur garantendo gli stessi parametri di sicurezza e radicalità delle tecniche standard.

Il concetto di mininvasività nasce non da una sfida personale tra addetti ai lavori ma dalla volontà di curare la malattia a 360°: il prima, il durante e il dopo.

Da qui nasce l'interesse di molti centri italiani nello specifico di chirurgia toracica e anestesiologia di studiare e applicare sistemi avanzati per il trattamento e la gestione del dolore post operatorio: la videotoracoscopia utilizzata per l'asportazione dei tumori polmonari e il blocco anestetico dei nervi intercostali per impedire la trasmissione degli stimoli dolorosi nella sede dell'intervento (vedi film Dolore post operatorio? No grazie).