Quando nacqui era tutto buio, caldo. Ero sola, comparsa grazie ad una mutazione genetica puntiforme ma …efficace, dal mio punto di vista.

Il mio DNA si mise a lavorare, secondo ritmi scanditi da processi chimici ed elettrici. Chiesi in prestito dalle cellule che mi circondavano ossigeno e nutrienti. Esse me li concessero, senza sospetti. La provvidenziale mutazione mi aveva regalato, oltre ad un inesauribile impulso riproduttivo, una eccezionale capacità mimetica.

Ben presto crebbi fino a scoppiare…e scoppiai, si fa per dire. E’ un processo che prende il nome di mitosi. In pochi attimi ero divisa ed ora a fianco a me c’era una gemella, identica, che dopo un attimo di assestamento iniziò a sua volta a chiedere ossigeno e nutrienti.

Presto fummo quattro sorelle, poi otto, poi sedici, e nel giro di poco tempo diversi milioni. I nutrienti iniziavano a scarseggiare, ma tutte noi continuavamo silenziosamente a crescere e moltiplicarci, sempre più, senza sosta. Non valsero a nulla i ridicoli tentativi di arrestare il nostro processo giunti dalle difese dell’organismo ospite. Cominciammo ad organizzarci per esplorare altri tessuti e fondare nuove colonie, alla ricerca di cibo.

 

Caro diario,

oggi è il giorno più triste della mia vita. La diagnosi è giunta. Fredda. Impersonale. Implacabile. Niente più di una insignificante parolina di quattordici lettere su un esame istologico. Adenocarcinoma. Niente di più.

Guardo nelle rughe dello specchio i miei anni e confesso a me stessa che voglio ancora vivere, e non me ne vergogno.

Il medico ha parlato francamente. Intervento urgente. Gli occhi di quest’uomo erano freddi, professionali, abituati al successo e purtroppo anche alla sconfitta, ma sentivo il suo cuore caldo, sentivo che credeva nel proprio lavoro; per questo ho accettato.

 

Eravamo pronte a partire per nuove frontiere. Ormai i milioni di sorelle non si contavano più.

All’improvviso qualcuno o qualcosa ci ha violentemente spostato, sbatacchiato; una luce accecante ha invaso il nostro mondo. Centinaia, migliaia di sorelle intorno a me, uccise e squartate da una enorme mannaia, scomparivano attraverso una infinita voragine luminosa aperta sopra di noi.

Mi sono aggrappata con tutte le forze a chi mi circondava, mi sono fatta piccola piccola… e sono scampata. Dopo poco, tutto è ritornato buio e quieto.

Nelle tenebre più totali percepisco ora i segnali strazianti di migliaia di cellule moribonde intorno a me divorate dalle difese dell’ospite.

Passata la burrasca, ho iniziato a chiedere ossigeno e nutrienti ai tessuti vicini. Come previsto, ancora una volta essi, generosi ed ingenui, mi hanno rifocillato. Con fatica, poco fa ho dato origine ad una sorella, che ha iniziato a mangiare e crescere…

 

Caro diario,

se scrivo è perché sono ancora viva.

L’intervento è riuscito, dice il chirurgo. Quando ha tolto la mascherina, un inaspettato e bellissimo volto di donna, aperto e sincero. Le sue mani, delicate e forti, mi hanno trasmesso un senso di sicurezza.

Ho pensato: qualcuno ha lottato al mio fianco. Vorrei esprimere la mia gratitudine, ma mancano le parole adatte; sono troppo debole.

Altri due termini sono entrati nel mio vocabolario, oggi. Chemioterapia e radioterapia. Dicono i vicini di letto che sono parole che significano speranza. Ma sono troppo debole per pensare. Ho accettato ancora una volta.

Ricordo gli ultimi pensieri che hanno occupato la mia mente prima che il volto dell’anestesista scomparisse nella nebbia, pensieri che ho rivolto alla presenza malvagia che mi rode: vada come vada, potrai togliere la vita, ma non potrai togliere la mia fede. La mia anima resterà pura e tu, sappi, mai la scalfirai. Morirai con me.

 

Intorno a me vedo ancora alcune centinaia di sorelle. Ma succede qualcosa che non capisco, qualcosa di nuovo. Mi sento debole, molto debole, non ho più appetito. Oggi per la prima volta non riesco a replicarmi. La sorella che ho generato ieri inspiegabilmente è nata malata ed ora è già morta. Gira voce che raggi misteriosi mietano vittime a migliaia tra noi. Ho paura.

 

Caro diario,

oggi è un giorno bellissimo. E’ vero, è vero, il medico ha fatto mille raccomandazioni, ma finalmente sono tornata a casa. Non ha assicurato che sono guarita, ma ho colto una scintilla di sincera speranza nei suoi occhi che è valsa per me più di mille parole.

Non so se me la caverò, ma di una cosa sono sicura. Nutro un nuovo rispetto per la scienza e per la mia anima.

Ora so che quando cerchi la fede dentro di te, essa è lì, pronta a prenderti per mano. Vigorosa. Incorruttibile…