Mi capita sovente di ascoltare e visitare pazienti in preda ad un evidente stato ansioso dopo aver consumato un rapporto extraconiugale o comunque al di fuori della propria coppia.

Questi pazienti vivono molto spesso un conflitto interiore cagionato da sensi di colpa (sui quali non sta a noi indagarne i motivi reconditi a monte) che molto spesso si riverbera: 

- sulla paura/fobia di aver contratto una malattia sessualmente trasmissibile

- sulla paura/fobia di poter diffondere la medesima MST in ambito familiare (compagno/a, figli)

In queste occasioni spesso il paziente - dopo aver descritto meticolosamente e con dovizia ogni momento dell'accaduto - descrive un corollario sintomatologico spesso degno di un tomo di patologia clinica. Internet e le tante informazioni reperirte in modo spurio fanno il resto e la convinzione di essere malati è spesso difficile da eradicare... anche in caso di negatività!

Per tale ragione, riveste molta importanza la visita venereologica la quale, non escludendo nulla, avra il compito di calcolare grado di rischio intercorso (rispetto al tipo di rapporto e al tipo di partner sessuale), escludendo in modo clinico le patologie non valutabili sierologicamente e analizzando quelle sierologiche.

Le strade, alla fine del processo diagnostico sono 2:

- MST PRESENTE/I

- MST NON PRESENTE/I

Nel primo caso, il Venereologo ha il compito di informare il paziente circa i rischi REALI (e non virtuali o immaginari) di ciascuna specifica MST per ciò che concerne la propria salute e la salute di chi sta accanto al paziente. Le terapie da adottare nel rispetto della privacy del paziente e le accortezze da mettere in atto per proteggere la salute degli altri Familiari.

Nel secondo caso si illustra al paziente lo stato di negatività e si dispongono ulteriori controlli clinici nel caso esistano ancora periodi finestra aperti.

In ogni caso, il compito del Venereologo non deve essere - al netto dell'accoglimento delle eventuali richieste di aiuto - quello del "consulente coniugale" ma di un medico che ha a cuore la salute del proprio paziente e allo stesso modo la salute di chi sta accanto quel paziente, sempre nel rispetto di ciascuno.

Molta attenzione alla frase di rito: "non lo farò mai più". Non serve nè al medico che deve tutelare la salute, nè al paziente che la dice quasi per autocensura: posso dire fra l'altro di averla ascoltata da molteplici miei pazienti che poi... sono ritornati per lo stesso problema!