L’aborto è un evento purtroppo frequente: riguarda circa il 20% delle gravidanze riconosciute, ed una percentuale ancora superiore se si considerano anche le gravidanze biochimiche, che spesso non vengono riportate, passando per cicli mestruali ritardati. La perdita della gravidanza è più comune nel corso dei primi tre mesi di gestazione, ma può avvenire anche successivamente, interessando circa il 5 per mille delle gravidanze oltre le 20 settimane.

 

La prima cosa importante è sicuramente riconoscere l’impatto psicologico dell’aborto. Troppo spesso, infatti, l’evento della perdita viene banalizzato, e liquidato con “sei giovane, avrai altre gravidanze”. Al contrario, prendersi cura della persona significa in primo luogo riconoscere l’evento della perdita come lutto, che colpisce la coppia genitoriale (un altro errore comune è ignorare il dolore del padre).

 

Banalizzare la perdita, vuol dire anche non riconoscere le possibili conseguenze a livello psicologico, ad esempio una crisi depressiva, che può avvenire soprattutto se le perdite si ripetono, o se la donna presenta un’età a cui è poi difficile avere successive gravidanze. Gli ultimi dati di letteratura (British Journal of Psychiatry, marzo 2011, su un campione di oltre 13.000 donne) ci dicono che il rischio di disturbi ansiosi in gravidanza e di depressione post-partum correla con il numero delle perdite precoci e con la morte fetale, e non è influenzato dalla nascita successiva di un bambino sano.

 

Per questo è importante avere un appoggio qualificato per gestire correttamente questo delicato passaggio psicologico.

 

E’ utile sapere che esistono anche risorse online riguardo al sostegno dopo una perdita in gravidanza: da alcuni anni collaboro con l’associazione CiaoLapo ONLUS, sul cui sito internet esiste un forum, che consente di scambiare le proprie esperienze e di richiedere un consulto specialistico online. L’associazione promuove la ricerca scientifica e la formazione degli operatori, al fine di aumentare la consapevolezza di medici, ostetriche e personale infermieristico e migliorare la gestione psicologica delle pazienti, nel momento in cui si sentono più vulnerabili.

 

 

Per saperne di più:

Intervista a Valentina Pontello sul numero di luglio di “Dolce attesa”, in edicola.