La biologia, si sa, non è clemente con il sesso femminile: a partire dai 35 si ha un calo esponenziale della fertilità, e dopo i 42-43 anni neanche le metodiche di fecondazione assistita riescono a compensare i limiti imposti dalla “natura”. Ma arriva un aiuto dal freddo: come ormai da anni si fa per gli spermatozoi, sono state messe a punto delle metodiche per il congelamento di ovociti e di strisce di tessuto ovarico (la “corteccia”, ricca in follicoli).

 

A chi sono dirette queste metodiche?

Principalmente a chi rischia di perdere la fertilità a causa di terapie oncologiche, ad esempio certi tipi di chemioterapia. Ma non solo: possibili applicazioni anche in chi soffre di endometriosi, una patologia a rischio infertilità, e in chi vuole posporre il momento in cui avere figli. Sembra che sia una nuova moda delle giovani manager americane congelare gli ovociti per avere maggiori chances di gravidanza in seguito. Inoltre, il congelamento degli ovociti può essere scelto dalle donne, che, per motivi etici, non vogliono congelare embrioni nel corso di terapie per procreazione assistita.

 

Qual è il momento migliore per congelare gli ovociti?

Idealmente entro la prima metà della trentina. Non ha molto senso provare la metodica dopo i 37-38 anni, per la riduzione della qualità ovocitaria. Gli ovociti congelati andrebbero poi “utilizzati” idealmente entro una decina di anni.

 

Quali metodiche sono disponibili?

La più semplice è la conservazione degli ovociti. La paziente viene sottoposta a stimolazione con gonadotropine e successivo prelievo ovocitario per via transvaginale. La gravidanza può avvenire, successivamente allo scongelamento, mediante metodica FIVET con ICSI (iniezione dello spermatozoo all’interno dell’ovocita).

 

La conservazione del tessuto ovarico non richiede stimolazione ormonale, ma prevede nel prelievo di una striscia di tessuto ovarico dalle due ovaie, per via laparoscopica (intervento in anestesia generale). Il tessuto viene preparato, messo in un medium che ha la funzione di proteggere le cellule, e sottoposto a congelamento in azoto liquido. Quando richiesto, esso viene reimpiantato in sede ovarica, sempre con videolaparoscopia. La gravidanza avviene poi, successivamente, per rapporti sessuali naturali. Esiste la possibilità di reimpianto in altra sede per chi desidera solo la funzione ormonale, e non riproduttiva, che comunque solitamente non persiste per più di due-tre anni.

 

Quali sono i rischi?

I rischi sono quelli correlati alle metodiche di fecondazione assistita, ad esempio la sindrome da iperstimolazione ovarica. I sintomi sotto terapia sono simili a quelli della fase premestruale.

 

Quali sono i benefici?

Per quanto riguarda la conservazione di tessuto ovarico (“corteccia”), si tratta una metodica in fase sperimentale, per la quale sono state riportate una ventina di nascite nel mondo.

 

Per quanto riguarda la conservazione di ovociti, la sopravvivenza allo scongelamento con la metodica della vitrificazione è del 90% circa. La percentuale di gravidanze (“bimbo in braccio”) è ancora inferiore se paragonata ai cicli “a fresco”, ma la metodica si sta evolvendo (alcuni gruppi riportano tassi di gravidanze del tutto sovrapponibili). La tranquillità poi di conservare “in banca” il proprio patrimonio genetico potrebbe essere preziosa, per evitare scelte di vita dettate dalla fretta di concepire.

 

 

Per contatti e maggiori informazioni:

http://www.cryotissue.com/default2.html

http://www.tecnobiosprocreazione.it/news_pma/610/nessuna-differenza-tra-ovociti-freschi-e-vetrificati