Esistono vari modi di affrontare un dialogo con il paziente. La maggior parte dei medici (compreso il sottoscritto, fino a poco tempo fa) incentrano la loro comunicazione sui sintomi e sulla individuazione della malattia per poi impostare la giusta terapia e quindi la risoluzione della stessa con enorme soddisfazione principalmente del medico (relazione medico paziente “desease center cioè incentrata sulla malattia) che incrementa in questo modo la sua autostima. 

Iter diagnostico e terapeutico perfetto per il medico che ha subito individuato la causa ed ha dato la giusta terapia risolutiva.

Ma, un attimo, ho tenuto conto del vissuto, dei punti di vista, della comprensione di quello che ho fatto, delle ideazioni di malattia del paziente lontane anni luce dalla logica medica del paziente? Ho risolto tutti i suoi dubbi?

Ci siamo mai chiesti come il paziente vive l’esperienza per lui invalidante di malattia e se tutti i dubbi spesso molto lontani dalla logica dei dettami della medicina sono rimasti nonostante la guarigione?.

Il paziente spesso si convince per sentito dire in TV, per esperienze vissute da parenti ed amici, di essere affetto dalle stesse patologie di cui ha sentito parlare solo perché manifesta dei sintomi che, assolutamente, dal punto di vista medico non possono avere alcuna correlazione (ideazione di malattia).

Si pensa che spesso la medicina disease center  è adottata dal medico per motivi di tempo e di sbrigatività. Ma la realtà ci dice il contrario.

Se io do il tempo al paziente di raccontare il suo vissuto riesco an inquadrare meglio il problema ed avviare un iter diagnostico e terapeutico condiviso e mirato, oltre a garantirmi una adeguata aderenza terapeutica e l’ascolto dei consigli dati, come ad esempio  la modifica degli stili di vita, generando quella che viene definita  una alleanza terapeutica.  

Ci siamo mai chiesti: ma il paziente cosa ha capito di quello che gli ho detto? Abbiamo mai verificato l’aderenza terapeutica del paziente?

Alcune volte capita che il paziente rimane convinto che i suoi sintomi sono da attribuirsi ad altre problematiche piuttosto che a quelle asserite dal medico e non esegue gli esami e la terapia consigliata. E’ statisticamente accertato che molti dei drop-out (non eseguire gli esami o la terapia consigliata) sono determinati dal fatto che il paziente non ha compreso bene il suo stato di salute.

Altro aspetto importante è l’inizio di un colloquio: Quante volte non ci siamo presentati all’inizio di un colloquio con il paziente e/o i familiari ed essi devono cercare di leggere il nome sul cartellino. La soluzione è banale ma spesso non adottata: molto più efficace e tranquillizzante è presentarsi al momento dell’inizio del colloquio.

Di qui nasce la necessità di qualche spunto di riflessione da parte del medico che anche se un ottimo medico, un ottimo chirurgo può aver perso di vista le necessità, le ansie, le associazioni di malattia del paziente in quanto il colloquio è stato impostato a senso unico (esempio di un punto di vista del paziente: il mio amico ha avuto il cancro all’intestino, io ho il mal di pancia per una banale indigestione e sono certo di avere anch’io la stessa malattia).

Nella maggior parte dei colloqui medico paziente, il medico interrompe il paziente dopo pochi secondi dall’inizio dello stesso facendo domande mirate sui sintomi (tempo di insorgenza, frequenza, localizzazione, presenza di altri sintomi ecc.). In questo modo vengono persi elementi fondamentali del vissuto del paziente che ci aiuterebbero ad avviare una alleanza terapeutica. Quindi spesso non si ha la pazienza di ascoltare non inquadrando nel modo migliore il problema del paziente. Quello che il medico deve sforzarsi di fare è quello di far emergere con domande mirate questi vissuti del paziente ovvero applicando il principio della  medicina narrativa (es. la vedo preoccupato! Mi dica, cosa le fa insorgere questo stato di ansia?)

La medicina oggi si sta orientando verso una tipologia di relazione medico-paziente definita “patient center” ovvero centrata sul paziente facendo emergere tutti i dubbi e le perplessità del paziente oltre ad instaurare una empatia con lo stesso.

Cosa molto importante per il paziente per capire di essere stato compreso è il riepilogo della situazione clinica evitando linguaggi troppo articolati e termini difficili da comprendere (medichese),   che sicuramente aiutano il paziente a comprendere meglio la sua situazione e capire la necessità di eseguire esami e cura. Quindi è necessario che il medico esegua un feed-back ovvero si ponga la domanda: il paziente ha compreso quello che sto dicendo? Ha compreso la motivazione degli esami richiesti ed il tipo di terapia assegnata?.

Se da domande mirate la risposta è sì, questo rappresenta un valore aggiunto per il medico che acquista maggiore fiducia nei confronti del paziente che si sente compreso e preso in carico. Forse è questo il motivo per il quale spesso si genera un clima di diffidenza e sfiducia nei confronti del medico. 

 

Conclusioni

La chiave di lettura è dunque l'ascolto attivo senza interruzioni manifestando l'apertura al dialogo a doppio senso anche attraverso il linguaggio non verbale ( contatto visivo, postura aperta, assenza di segnali di disagio o impazienza), la riformulazione e l’uso di domande stimolanti (mi spieghi meglio… immagino che lei sia molto preoccupato… ecc.).

L’empatia, la medicina centrata sul paziente, la medicina narrativa, il presentarsi all’inizio di un colloquio sono tutti elementi che andrebbero applicati dal medico ottenendo una completa soddisfazione e totale fiducia da parte del paziente: “dottore confido totalmente in lei e nel suo operato”.  

 

Sorgente: 

Corso personale sulla relazione medico-paziente Roma: maggio 2014