Nel 1633 Galileo Galilei, pressato dall’inquisizione e minacciato di morte per rogo, fu costretto a pronunciare la sua famosa abiura. I posteri sono stati molto indulgenti su questo episodio, che intacca non poco l’immagine dello scienziato, forse perchè il fuoco avrebbe probabilmente cancellato per molto tempo anche il pensiero galileiano, al quale il mondo scientifico ancora oggi si richiama, con deferenza per il Maestro, ma anche con orgoglio di sé.

 

 Il 17 febbraio 1600  sorte peggiore era toccata ad uno fra i più grandi intelletti dell’umanità: per nulla fiaccato nello spirito da otto anni di dura prigionia nelle segrete di Castel Sant’Angelo, senza cedimento alcuno era salito sul rogo alzato in Campo dei fiori a Roma per ordine della Santa Inquisizione, Giordano Bruno. L’ammirazione dei posteri per la sua altissima figura morale, condivisa per primo dal suo inquisitore Cardinale Bellarmino, non ha impedito che il suo pensiero rimanesse confinato in una nicchia nascosta nella storia del pensiero filosofico occidentale, e soprattutto non influenzasse assolutamente il cammino della scienza, che dal pensiero di Giordano Bruno avrebbe potuto ricevere la stessa scossa rivoluzionaria che di fatto ricevette dal più fortunato, e più accomodante, Galileo.

E’ forse giunto il momento di rimettere ordine nel puzzle sconvolto da roghi accesi e evitati e da quattro secoli di cammino scientifico entusiasmante, ma che per certi aspetti, certamente in modo non violento, ripropone la stessa intransigenza nei confronti delle eresie, religiose e scientifiche, che caratterizzava l’inquisizione nei secoli bui, come anche lo stesso disprezzo per il patrimonio culturale, non privo di potenziali contenuti scientifici, di civiltà parallele alla nostra, che con orgoglio coloniale l’Occidente ha sempre considerato inferiori. Intransigente con gli altri, la Scienza è indulgente con sé stessa: nel pretendere che tutto sia dimostrato per considerarlo vero, dimentica di posare la propria logica su postulati indimostrabili, non a caso concettualmente simili ai dogmi religiosi con intransigenza difesi per secoli dalla Chiesa. La stessa Geometria, regina delle scienze esatte, poggia sui Postulati di Euclide, e crollerebbe se questi fossero discutibili. (In realtà, ciò darebbe luogo a geometrie non euclidee).

In realtà, mentre la religione considera la verità in senso assoluto, la scienza è alla ricerca di una verità che è delimitata, anche se nobilmente, dalla qualificazione “scientifica”. Il pensiero laico, di cui la ricerca è attualmente pervasa, elude questa indispensabile premessa filosofica, e cade nell’equivoco di ritenere di muoversi nel tutto dello scibile anziché nella parte, ponendo in sostanziale sinonimia il concetto di “Verità scientifica” con quello di “Verità”, ed equiparando di conseguenza il “non scientifico” con il “ non vero”.

La ricerca scientifica si muove in realtà in un ambito ben preciso, che Thomas Kuhn ha chiamato “paradigma scientifico”, definendolo”una costellazione di conclusioni, concetti, valori, tecniche, ecc., condivise da una comunità scientifica e usate al suo interno per definire problemi e soluzioni accettabili”.

 Il paradigma scientifico non è però unico e universale, in grado di lasciare solo il falso al di fuori di sé: possono conviverne più d’uno, purchè reciprocamente tolleranti o distanti fra loro storicamente o geograficamente. Il contatto potrebbe risultare infatti conflittuale, come quello fra due diverse religioni che ritengano non già di usare diverse liturgie, ma di essere ciascuna l’unica vera e possibile, al punto di spingere, entrambe in nome di Dio, i propri militanti a sterminarsi a vicenda.

Il termine “verità scientifica” andrebbe quindi più adeguatamente riletto come “verità rispondente al paradigma scientifico occidentale moderno”, di cui Galileo, Cartesio e poi Newton sono considerati i Padri.

Merito di Galileo fu l’affermazione del sistema eliocentrico e della sfericità della Terra, concetti però già presenti nel mondo classico: già nel primo secolo A.C Aristarco da Samo aveva affermato la centralità del sole, e l’alessandrino Eratostene aveva addirittura calcolato le dimensioni dell’equatore terrestre con sorprendente approssimazione. Allo stesso modo, mentre inventava il cannocchiale, non gli era ignoto il fatto che già fosse stato inventato anni prima da un fiammingo.

Inoltre Galileo, in seguito assurto a simbolo del pensiero laico (che peraltro non gli impedì di forzare al velo due figlie naturali, e di raccomandarsi, in pellegrinaggio, alla Madonna di Loreto all’emergere dei primi acciacchi dell’età), era in realtà terziario francescano, e aveva avuto accesso alle biblioteche gelosamente custodite dalla Chiesa. Non gli era certamente ignoto che il monaco Ruggero Bacone avesse scritto anni prima che un corpo scagliato in alto con sufficiente potenza non sarebbe ricaduto sulla terra, il che in fondo costituiva l’intuizione della legge di azione di massa e della gravitazione universale (Bacone finirà i suoi giorni in prigione, accusato di praticare la magia).

Il maggior merito di Galileo fu però la codificazione del metodo sperimentale, fatto di “sensate esperienze” e “certe dimostrazioni”, perché trascende ciò che egli stesso poté scoprire (o riscoprire), e costituisce la premessa indispensabile all’intero progresso scientifico dei quattro secoli a lui successivi.

Il pensiero galileiano si coniuga idealmente, nel sostegno del sistema scientifico, con quelli di Newton e Cartesio, e, nato nell’ambito della fisica e dell’astronomia, si spinge così a considerare l’intero universo, esseri viventi inclusi. Nell’epoca dei lumi non poteva che suscitare grande entusiasmo l’ipotesi che il mondo fosse un immenso orologio, e che gli esseri animati, e quindi anche il corpo umano, fossero in fondo delle macchine, analizzabili secondo il modello riduzionistico con lo stesso rigore con cui una macchina può essere scomposta, e riparata all’occorrenza, nelle sue singole componenti. Il modello meccanicistico e riduzionistico sembrava confermato dalle scoperte che via via emergevano: già nel 600 il medico inglese William Harwey nal suo “De motu cordis” aveva spiegato la circolazione in termini di idraulica, ma nell’800 il modello meccanicistico trionfava con gli esperimenti sui piselli del biologo boemo Gregor Mendel, che aprivano di fatto la strada alla Genetica, e con la scoperta da parte di Louis Pasteur e Robert Koch dei microorganismi responsabili di alcune gravissime malattie infettive. Nel 1928 si scopriva la penicillina e si affermava la biologia cellulare; venivano di seguito scoperti l’insulina e il cortisone: trionfava la biologia molecolare, che si accompagnava all’ingresso massiccio dell’ industria farmaceutica nel campo della ricerca scientifica, ma anche all’inizio del potenziale inquinamento di quest’ultima da parte dell’interesse economico. Infine, nel 1962 Francis Crick e James Watson ricevevano il premio Nobel per la definizione dell’architettura del DNA.   

La scoperta, sempre ritenuta imminente, del mattone dell’universo, già ipotizzata nel quarto secolo A.C. da Democrito di Abdera con il suo Atomo, avrebbe permesso di estendere a tutti i fenomeni dell’universo le regole dimostratesi efficaci a spiegare i rapporti astronomici.

 

 Quel che era stato il concetto di Atomo per la fisica classica, giungeva ad essere il gene per la genetica, e la molecola per la biologia: mattoni, più o meno complessi, dell’universo. Il modello meccanicistico e il determinismo causa - effetto sembravano potersi estendere senza sbalzi e con grandi prospettive alle scienze biologiche e alla medicina in particolare: i grandi progressi scientifici erano lì a dimostrarlo.

Il mondo occidentale è ancor oggi in fondo, su questa strada, che va anzi percorrendo a passi sempre più veloci: come può capitare in situazioni analoghe della vita, può essere che, nell’ansia di correre, si siano dimenticate alcune premesse, si diano per scontate cose abituali ma tutt’altro che certe, e si sia persa di vista la vera meta di questo correre affannoso. 

La dimostrabilità e la ripetibilità sperimentale sono elementi indispensabili della conoscenza scientifica, tesa verso l’oggettività: l’esperimento deve essere immune da ogni interferenza da parte dell’ambiente e dell’osservatore. Tra Soggetto che osserva e Oggetto o fenomeno che viene analizzato si ricerca una netta e assoluta distinzione, tipica della fisica classica.

L’oggettività in sé è però smentita nella sua stessa concettualità ad un’analisi più attenta.

Il Soggetto è Coscienza, categoria non analizzabile e tantomeno definibile con gli strumenti della scienza, che può solo rifugiarsi in quello che è in fondo un famoso postulato: “Cogito ergo sum”.

L’Oggetto, che pur sembra solida e concreta res extensa alla fallace sperimentazione sensoriale, cambia drasticamente aspetto solo che si cambi procedimento di analisi. Se l’immagine visiva di un corpo sembra incontestabile, l’osservatore dovrebbe ricordare sempre che il nostro occhio vede solo una parte della realtà, quella che, soggetta al campo elettromagnetico, riflette alla velocità della luce nell’ambito della banda visibile, dal rosso al violetto. Un mondo visto a raggi x o all’infrarosso apparirebbe ben diverso da quello che siamo soliti vedere o fotografare, e sarebbe “filosofia” discutere su quale sia il reale. Inoltre, ipotizzando una velocità superiore a quella della luce, il che è possibile per il calcolo fisico, ma anche per il libero pensiero, non siamo nemmeno in grado di immaginare l’aspetto del mondo che ne deriverebbe. Non è solo l’immagine a essere potenzialmente mutevole: se di un oggetto, che pur ci sembra “oggettivamente “ solido e impenetrabile, scendiamo ad analizzare la struttura in maniera più attenta, ci accorgiamo che è in realtà costituito in grandissima parte da vuoto (che peraltro vuoto non è), tanto da poter essere trapassato senza danno da una radiazione x. Se poi ci ostiniamo a voler determinare le “oggettive” caratteristiche strutturali della materia da cui è composto, questa sfugge in paradossi quali la sua contemporanea natura ondulatoria e corpuscolare, che si fanno beffa del ricercatore che riteneva di trovare, a livello subatomico, l’Atomo democriteo, cioè quel mattone dell’universo che l’atomo fisico si era rivelato inidoneo a rappresentare.

 

 

 La Meccanica Quantistica

Nella prima metà del 900, cioé un secolo fa, Erest Plank, Albert Einsrein, Niels Bohr e altri fisici si erano accorti di tutto ciò. Il momento storico era paragonabile a quello in cui, 300 anni prima, Galileo era giunto a capire che il modello astronomico Aristotelico Tolemaico era falso. Inoltre, cosa non da poco, la ferocia dei tempi dell’inquisizione era cosa ormai passata, anche se, in sua vece, l’ironia del mondo accademico ufficiale in qualche modo poteva sostituirli, come in un primo tempo, effettivamente, accadde.

Il momento era comunque maturo per l’elaborazione di un nuovo modello fisico, che giungesse a spiegare quei fenomeni osservati sperimentalmente, sulla cui interpretazione il modello fisico classico si rivelava inadeguato. 

 La meccanica quantistica prendeva atto che in realtà nulla di ciò che ci circonda può garantire l’oggettività di sé stesso, come può invece apparire scontato.

Inoltre, la già piccola quota del mondo sensibile costituita da materia non si trova in un determinato istante in un posto definito, ma presenta una “ tendenza ad esistere”, e gli eventi subatomici non avvengono con certezza, ma presentano una “tendenza ad avvenire”

Impossibili a definirsi, Soggetto e Oggetto non riescono a rispettare la reciproca separazione che la scienza ritiene indispensabile a sé stessa, come dimostra il principio di indeterminazione di Heinsenberg. Inoltre, nel famoso esperimento sul dualismo onda-corpuscolo che è alla base della meccanica quantistica, una particella elementare può cambiare il proprio comportamento, corpuscolare o ondulatorio a seconda del sistema di rilevazione impiegato, e quindi, dell’atteggiamento, quasi del “ desiderio” dell’osservatore.

 

 

 

 

 L’oggettività è dunque un inganno: è l’osservatore che, delle tante probabilità virtuali, trae in essere la realtà, come nel caso del famoso paradosso del “ GATTO DI SCHRODINGER

Paradosso del Gatto di Schrodinger

una scatola chiusa con due fessure, contiene un gatto. Un elettrone può passare per una delle due fessure: se passa dalla prima rompe un’ampolla di veleno e il gatto muore, se passa dalla seconda non succede niente, e il gatto continua a vivere. L’osservatore non può guardare, perché altrimenti influenzerebbe l’oggettività dell’esperimento; ma finché non guarda, il gatto è in uno stato indistinto di vita/morte, e solo la coscienza dell’osservatore può” trarre in essere”, delle due situazioni entrambe probabili, quella che verrà osservata come reale, a prezzo, però, dell'inevitabile perdita dell' oggettività dell’esperimento.

 

 Ad un'osservazione superficiale e quotidiana tutto ciò risulta talmente paradossale, in rapporto all’immagine del mondo che i sensi ci riportano e che siamo quindi portati a ritenere concreta e reale, che lo stesso Einstein, spesso non tenero verso la meccanica quantistica che aveva contribuito a scoprire, chiese un giorno all’amico fisico Abraham Pais ” tu credi davvero che la luna sia lì solo perché noi siamo qui a guardarla?”.

 La dicotomia tra soggetto e oggetto è talmente radicata nel nostro quotidiano rapporto con il mondo e sembra talmente necessaria al sistema scientifico, che un secolo di meccanica quantistica, alla quale sono ormai favorevoli pressoché tutti i fisici, non ha sostanzialmente scalfito il modello classico in un gran numero di ambienti scientifici, primo fra tutti quello medico. Il modello cartesiano, riduzionistico e meccanicistico, ha infatti fortemente influenzato anche la biologia e soprattutto la Medicina, (che pure scienza esatta sa di non essere) sull’onda di indiscutibili successi che sembravano onfermarne la validità universale. Ma se nemmeno un oggetto inanimato come un sasso può garantire l’oggettività di sé stesso e il rigore di un’analisi scientifica, a maggior ragione non può costituire oggetto di vera e rigorosa sperimentazione medico-scientifica un organismo complesso come quello umano.

In realtà, come disse Louis Pasteur, “la scienza avanza attraverso risposte provvisorie a una serie di domande sempre più sottili, che scendono sempre più in profondità nell’essenza dei fenomeni naturali”. Questo concetto, che in realtà Pasteur esprimeva considerando la scienza in cammino verso mete lontane, ma nella giusta direzione, può essere riletto per ammonire i ricercatori sul fatto che, in alcuni momenti cruciali della storia della scienza, può essere necessario anche l’abbandono di un intero modello scientifico, quando la sua evoluzione sia giunta ad un punto morto, per poter evitare il rischio involutivo, e giungere all’elaborazione di nuove e più avanzate teorie.

Va da sé che, come la Chiesa del 600, il mondo accademico, ad eccezione di quello della fisica pura (peraltro anch’esso non tenero nei confronti della quantistica ai suoi esordi), sia restio ad abbandonare le fondamenta su cui si regge, per cercarne di nuove con fatica e autocritica.

  Parmenide di Elea, VI sec A.C.

Si racconta che, dopo che Parmenide di Elea aveva dissertato a lungo con l’acume dialettico proprio della sua scuola sull’illusione del movimento, Antistene il Cinico si alzasse in piedi, e prendesse a camminare nervosamente avanti e indietro: riteneva così di aver “dimostrato” inequivocabilmente il movimento, e confutato il suo illustre interlocutore. C’è il rischio che la scienza, quella biologica in particolare, continui a camminare ancora a lungo senza fermarsi ad interrogare sé stessa su quale sia il vero senso del suo, forse illusorio, cammino. 

 Sono infatti passati già cent’anni dalla formulazione della costante di Plank, pietra miliare del nuovo modello quantistico, e due decenni da quando Carlo Rubbia ha ricevuto il premio Nobel per la fisica per aver scoperto le particelle del Campo Debole e per la conferma dell’unificazione del Campo Debole con il Campo Elettromagnetico nel Campo Elettrodebole Questa notizia è stata accolta con lo stesso superficiale e ridicolo orgoglio che si può provare per una vittoria della nazionale di calcio: in realtà si tratta del coronamento, su base sperimentale, delle ipotesi formulate sulla carta dai padri della fisica quantistica,

 come la circumnavigazione del globo da parte di Magellano e Pigafetta fu la prova inequivocabile della sfericità della terra.

 

  

Con visione più ampia, e forse ardita, si potrebbe però trattare anche della rivalutazione e della sostanziale rivisitazione scientifica delle antiche conoscenze ermetiche e della resurrezione ideale di Giordano Bruno, alla cui memoria la Chiesa, ma non la Scienza si è scusata.

Il Campo Debole di Rubbia non è spuntato, come il veliero di Antonio Pigafetta, superstite della flottiglia di Magellano, dall’orizzonte orientale dopo essere salpato con la prua ad occidente, cosa che anche per qualunque semplice marinaio non poteva non avere un significato inequivocabile. La sua scoperta ha dimostrato cose purtroppo non solo ignorabili, ma anche incomprensibili per la maggior parte di coloro che, in campi diversi, si ritengono Uomini di Scienza.

In realtà si dovrebbe cominciare a pensare che, anche nella ricerca scientifica, si può giungere alle Indie, cioè alla verità e, in Medicina, alla salute, navigando anche contro corrente, su rotte inusuali, battute fino ad oggi anche da avventurieri e corsari, ma non solo da questi.

Edoardo Bernkopf

edber@studiober.com www.studiober.com

Bibliografia.

1)Fritjof Capra “Il punto di svolta” Fetrinelli 1984

2)Fritjof Capra “Il tao della fisica” Fetrinelli 1978

3) Giuliana Conforto “Il gioco cosmico dell’uomo”  Edizioni Noesis 1999

4) Giuliana Conforto “La futura scienza di GiordanoBruno”Edizioni Noesis 2000                                        

5) David Lindley “La luna di Einstein”Longanesi 1997