Gentilezza è il sostantivo dell’ aggettivo “gentile”. Gentile deriva dal latino “gens gentis” che vuol dire famiglia, ed era un termine riservato alle famiglie nobili: quelle i cui componenti avevano fondato Roma.. Pertanto gentile significa persona appartenente a nobile ed antica famiglia di cittadinanza romana (gens Ulpia, gens Giulia ecc..) ovvero discendente dalle famiglie che secondo tradizione avevano fondato Roma.

In italiano ha acquisito un primo significato di: grazioso, garbato, delicato, civile, cortese, sensibile delicato, piacente: come si ritiene debba essere un rampollo di nobile schiatta. Si tratta di un vocabolo dai molti significati, più o meno come bellezza.

Entrambi i vocaboli indicano proprietà diverse a seconda dell’ oggetto in cui vengono messi in relazione. Una bella automobile può anche essere bassa, larga, aggressiva, una bella donna assolutamente no. In effetti se si fa mente locale la gentilezza del medico ha connotazioni diverse dalla gentilezza del venditore d’ auto o dell’ artista, ha connotazioni più simili a quella di un avvocato o di una guida alpina. La differenza è intuibile: il concessionario e l’ artista vendono un prodotto ben visibile e ben verificabile, mentre il prodotto venduto dal medico, dall’ avvocato o dalla guida alpina non è visibile subito ma è verificabile solo a compimento del percorso proposto. Inoltre il prodotto venduto dal medico, dall’ avvocato, dalla guida alpina deve rispondere a linee guida estremamente più precise di quelle dei venditori o degli artisti. Non è gentile il medico, l’ avvocato o la guida alpina che indicano il percorso più remunerativo per se e più dispendioso per il paziente. Semmai è cortese, ovvero ruffiano.  Non è gentile il medico, l’ avvocato o la guida alpina che accontentano tutti i desideri dell’ utente:  semmai sono accondiscendenti, ovvero imbelli.

I romani antichi furono molto selettivi nel concedere la cittadinanza romana, solo nel 212 d.C. con la Constitutio Antonina, l’ imperatore Caracalla  estese la cittadinanza romana a tutti i sudditi dell’ impero. Fino ad allora le legioni, l’ apparato di governo, la magistratura, la amministrazione, i consoli prima e gli imperatori poi appartenevano alla gentes romanae. Per circa 7 secoli (dal 509 a.C fino al 212 d.C) la repubblica prima e l’ impero romano poi vennero tenuti in mano da un pugno di grandi famiglie fondatrici. Tale oligarchia veniva giustificata con l’ educazione alla “virtus” degli appartenenti alle “gentes”. ”Virtus” non è ben traducibile in italiano ed indica tutta una serie di qualità virili positive. La radice è quella di di “Vir”. Sotto tale ottica la parola gentilezza assume una serie di connotazioni morali, che appartengono ad una elite.

Difatti la medicina è per i medici o meglio per iniziati (come direbbe Dan Brown) e per nessun altro: autodiagnosi e autoterapia, diagnosi e terapie eterodosse sono errate nell’ 80% dei casi.

In effetti “gentile” significava fino all’ inizio del secolo scorso “non ebreo”,. Da considerare le nette posizioni antisemitiche della chiesa cattolica fino a tutto l’ 800, nonché la caccia agli ebrei di ben nota memoria storica dal medioevo a tutt’ oggi, non solo nazista e fascista, ma anche comunista russa, spagnola e francese. Pertanto “gentile” = “non ebreo” era una sorta di complimento (sic!) riguardo alle qualità umane: il Devoto-Oli attribuisce a “gentile” la seguente definizione    “che ha o denota delicatezza di sentimenti e modi garbati”. E questa definizione estende il significato alle qualità morali dell’ individuo. Pertanto la gentilezza è critica nel rapporto medico paziente, andando a coinvolgere una serie caratteristiche (cortesia, autenticità, empatia, competenza, fiducia, efficienza, disponibilità) che insieme ad autorevolezza e saggezza permettono un alleanza terapeutica efficace.

Gentilezza, autorevolezza, saggezza: a ben guardare è molto difficile trovare un saggio che sia sgarbato, una persona autorevole che non sia saggia: questi tre attributi costituiscono una triade in cui i vocaboli si compenetrano e si embricano nel significato fino ad essere scarsamente distinguibili come entità realmente separate l’ una dall’ altra.

Da considerare che quasi  tutte le religioni indoeuropee hanno triadi in cui l’ uno è il tutto e tutto è l’ uno:  Brahma, Visnù e Shiva (induista), Bodhi, Dharmakaya e Nirmanakaya (buddismo); Giove, Giunone e Minerva (etrusco-romano); Thor, Odino e Fery (vichinghi); Atum, Shu e Tefnut (egiziani); Padre, Figlio e Spirito Santo (cristiani). Una curiosità: la parte spirituale di ogni triade è sempre una donna, a parte nel cristianesimo poiché il primo concilio ecumenico (Nicea, 325 d.C.), poco cavallerescamente sostituì Maria di Nazareth (la Madonna) con lo Spirito Santo.  Lo stesso concilio ecumenico, per ordine di Costantino, riconobbe la natura divina di Gesù. Forse il tal imperatore di concorrenti non ne voleva.

Detto questo non è da stupirsi se la maggioranza dei medici è afflitta dal complesso di DIO almeno a quanto sostiene il British Journal of Psychiatrics. Pertanto trattandosi di un delirio di onnipotenza, non è possibile essere gentili con tutti.  In ogni caso non si può negare una tendenza all’ assoluto ovverosia al divino della medicina. In tale ottica la medicina è sempre stata considerata un’ arte, fin dall’ antichità.

Goethe e Schiller ebbero a scrivere: L’ arte è l’ imitazione della natura, la critica d’ arte è l’ imitazione della imitazione: Dio mi salvi dalla critica d’ arte. (1799 Sul dilettantismo (Ueber den dilettantismus).  Questa idea trova a tutt’ oggi sostenitori, e comunque nega qualsiasi approccio scientifico all’ arte. Tale posizione è stata superata una cinquantina di anni dopo da un italiano prima Francesco Saverio de Sanctis, (“Storia della letteratura Italiana” (1848)),  e poi dall’ irlandese Oscar Wilde (Il Ritratto di Dorian Gray, 1890) che sostennero con successo che l’ arte è la sintesi del più esasperato egoismo col più esasperato altruismo e che scopo dell’ arte è far dimenticare l’ artista in favore dell’ oggetto prodotto.

Questo significa che gli strumenti utilizzabili per essere gentili variano da persona a persona, da medico a medico. Ad esempio c’ è chi ritrova bene con tanti appuntamenti infilati, c’ è chi si stanca, ovvero c’ è chi si trova bene a fare visite brevi, chi ha bisogno di tempo a disposizione; chi si vergogna a farsi pagare, chi tutto il contrario. E via discorrendo.

E’ necessario pertanto che ciascun medico conosca le sue proprie esigenze, per armonizzarle con quelle dei pazienti che sono ben note da internet e bibliografia: professionalità, gratuità, disponibilità. E’ una triade divina anche questa, pertanto impossibile da realizzarsi.

In buona sostanza si tratta di sintetizzare due esigenze spesso opposte: quelle del medico e quelle del paziente. Come Italiano avremmo dovuto farci il callo alla sintesi degli opposti: è il mito dell’ androgino, ripreso magistralmente da Leonardo da Vinci nella Gioconda (tratti maschili con tanto di pomo d’ Adamo e capigliatura ed abbigliamento femminili) e più tardivamente nel San Giovanni Battista (volto femminile su corpo maschile).  Tale sintesi può avvenire esclusivamente con una reazione di apertura verso il mondo esterno, verso l’ altro per intenderci, cui si arriva con autoconoscenza.

Pertanto in conclusione ed in tema di gentilezza, per essere gentili torna valido l’ antica citazione greca che si trovava (con più di un pizzico di ironia) sull’ ara sacrificale dell’ Oracolo di Delfi, dove gli antichi andavano per farsi vaticinare il futuro: “Gnothi sautòn”, ovvero conosci te stesso.