E’ stato recentemente pubblicato sulla rivista “PLoS ONE” un interessante articolo dal titolo “Neural Correlates of Effective Learning in Experienced Medical Decision-Makers” (*) [a cura degli Autori: Jonathan Downar, Meghana Bhatt, P. Read Montague] a proposito dei meccanismi neurali di apprendimento per esperienza, verificati in un gruppo di medici esperti, con potere decisionale.

L’apprendimento per esperienza può essere ostacolato dall’influenza negativa di pregiudizi e dall’eccessiva ricerca del successo, entrambi fattori che potenziandosi a vicenda determinano o rafforzano false convinzioni in chi si trova nel ruolo di dover prendere decisioni operative, con pregiudizio sul valore delle scelte.

E’ stato effettuato uno studio, su un gruppo di 35 medici di provata esperienza, nei quali essi venivano sottoposti ad esami di imaging funzionale (RMN cerebrale) mentre operavano virtualmente in attività di tipo terapeutico su una serie di casi clinici prestabiliti.

Dal comportamento rilevato nei soggetti esaminati, sono stati evidenziati due tipi di modelli teorici: gli “high performers” ovvero soggetti con elevate prestazioni sui test virtuali effettuati, ed i “low performers”, caratterizzati invece da prestazioni inferiori nelle risposte ai test.

Gli “high performers” (risposte valide ai test fra 77% e 98%) evidenziavano un tasso di apprendimento legato all’esperienza ridotto, ma di livello costante, sia per i successi nelle attività effettuate (risultati positivi dei test virtuali sulle terapie), che per gli insuccessi (mancata risposta alle terapie nei test virtuali).

I “low performers” (risposte valide ai test fra 38% e 70%) invece mostravano un tasso di apprendimento da esperienza più ampio, ma non omogeneo, caratterizzato da maggiore attività dopo i successi, rispetto a quella dopo gli insuccessi.

Oltre a tali caratteristiche, i due gruppi di medici sottoposti ai test presentavano anche differenze nei pattern di neuroimaging osservati con la RMN funzionale, in particolare a livello delle aree della corteccia cerebrale prefrontale dorso-laterale: i “low performers” presentavano molto più intensa attività in tali regioni per i successi che per gli insuccessi, mentre al contrario gli “high performers” risultavano più attivi, nelle stesse regioni, dopo gli insuccessi rispetto ai successi.

In conclusione, gli Autori concludono che l’attività cerebrale degli “high performers”, che presta maggiore attenzione agli insuccessi, consente loro di ottenere migliori risultati rispetto al gruppo dei “low performers”, che viceversa sembrano più motivati dai successi. Tale differenza di attività cerebrale potrebbe potenzialmente essere sviluppata quale “marker biologico” per identificare coloro che sono più efficienti nei compiti decisionali, sia in ambito medico che in altri contesti.

E tenendo conto dell’importanza che nell'attività medico-chirurgica hanno le decisioni critiche, il disporre di una scala valutativa, anche se teorica, nell’ambito del risk management in sanità, potrebbe in realtà rappresentare un presupposto per poter selezionare i soggetti più idonei ai compiti decisionali e strategici nei ruoli più delicati.

 

(*) Riferimento bibliografico: http://www.plosone.org/article/info:doi/10.1371/journal.pone.0027768