Nel mio blog del 13 Aprile sulla causa della malattia di Alzheimer ho spiegato come, secondo una recente ricerca italiana, questa dipenda da una mancata produzione di dopamina da parte dei neuroni dell’area tegmentale ventrale (ATV) che è il neurotrasmettitore che attiva i circuiti della memoria e delle emozioni, localizzati nell’ippocampo e nel nucleo accumbens.

Queste strutture se non sono più stimolate dalla dopamina prodotta nell’ATV, anche se con un patrimonio cellulare anatomicamente integro, diventano funzionalmente inattive determinando il quadro clinico che caratterizza l’Alzheimer.

Qualcosa di analogo accade nel morbo di Parkinson quando la substantia nigra, struttura localizzata nella porzione più alta del mesencefalo e le cui cellule egualmente producono dopamina, non è più in grado di attivare il circuito nigro-striatale preposto al controllo del movimento. Ne scaturisce così il morbo di Parkinson i cui sintomi più evidenti sono legati al movimento. Infatti il trattamento farmacologico di questa malattia viene effettuato con precursori della dopamina.

Quindi, seppur attraverso circuiti neuronali differenti, ambedue le malattie sono causate dalla degenerazione delle cellule neuronali specificamente deputate alla produzione di questo importante neurotrasmettitore che è la dopamina. 

Nella ricerca di nuove possibilità di approccio alla terapia della malattia di Parkinson, Ernest Arenas ed il suo team di ricercatori del Karolinska Institute di Stoccolma hanno comunicato in un articolo pubblicato il 19 Aprile 2017 su  “Nature Biotechnology” che sono riusciti, su modelli animali, a riprogrammare altre cellule presenti nel cervello (astrociti) e poter così ripristinare l’attività dopaminergica che era stata persa per il morbo di Parkinson che essi avevano sperimentalmente indotto. Ciò è stato reso possibile grazie alla scoperta di quattro geni che, combinati con molecole, riprogrammano gli astrociti, fino a mutarli direttamente in cellule molto simili ai neuroni dopaminergici.

I ricercatori hanno condotto la sperimentazione in vivo su roditori usando dapprima una tossina per uccidere i neuroni dopaminergici e successivamente hanno inserito i quattro geni scoperti nel cervello degli animali, facendo in modo che si esprimessero solo negli astrociti. L’analisi ha rivelato che alcuni astrociti sono stati riprogrammati con successo, acquisendo talune caratteristiche sovrapponibili a quelle dei neuroni dopaminergici.

Ma ciò che di sicuro esprime il maggior successo della sperimentazione è legato alla constatazione che la riprogrammazione ha determinato anche un recupero di diversi sintomi di tipo parkinsoniano causati dalla perdita sperimentalmente indotta dei neuroni dopaminergici.

Sulla falsariga di questo ambizioso traguardo, congiuntamente alla recente scoperta del significato patogenetico rivestito dalla perdita dei neuroni dopaminergici dell’ATV nella malattia di Alzheimer, è auspicabile che si possano aprire nuovi filoni di ricerca che perseguano l’obiettivo di sostituire le popolazioni di neuroni inattivi dell’area tegmentale ventrale attraverso un analogo meccanismo della riprogrammazione di altre cellule cerebrali in neuroni dopaminergici.

Siamo, naturalmente, nel campo di ipotesi avveniristiche di terapia della malattia di Alzheimer che sono tuttavia incoraggiate dalle recenti scoperte che ancora una volta confermano l’affermazione di De Santillana che “nella scienza la verità di oggi è l’errore di domani”.

Induction of functional dopamine neurons from human astrocytes in vitro and mouse astrocytes ina Parkinson’s disease model.