E’ oramai ben noto che il modo migliore di combattere l’Alzheimer rimane, a tutt’oggi, la prevenzione focalizzata particolarmente sullo stile di vita e su fattori dietetici. Al riguardo, da una recente revisione critica della Letteratura è emersa una nuova meta-analisi pubblicata da 24 esperti internazionali su The Lancet Commission on Dementia Prevention, Intervention, and Care sui fattori che sarebbero responsabili del rischio di demenza nel 35% dei casi. Essi includono un basso livello d’istruzione, ipertensione arteriosa, obesità, calo uditivo nell’età media, fumo, depressione, assunzione con la dieta di grassi saturi e grassi trans, mancanza di attività fisica, isolamento sociale e diabete in età avanzata. Nella direzione della prevenzione della demenza, in questo articolo ci soffermeremo sulle novità di come complementare la dieta con fattori protettivi, combinandola con l’attività fisica.

Nel recente Alzheimer's Association International Conference (AAIC) 2017, un’intera sessione è stata dedicata al metabolismo dei chetoni nel cervello e sulla possibilità di intervenire con alimenti chetogenici, nel corso della quale sono stati annunciati dati preliminari che preludono a conclusioni incoraggianti. Il Dr. Stephen Cunnane, dell’Università di Sherbrooke, Quebec, Canada ha rilevato che in soggetti predisposti all’Alzheimer, con antecedenti familiari della malattia e portatori di APOE4, in talune aree il cervello riduce del 40% la sua possibilità di utilizzare il glucosio per produrre energia e si ipotizza che ciò incrementi il rischio di una disfunzione neuronale e quindi di declino cognitivo. Allo scopo di superare questo gap energetico, il cervello è portato a utilizzare come “carburante” per produrre energia i chetoni piuttosto che il glucosio. Il Dr Swerdlow, co-Autore dello studio, spiega che i chetoni sono prodotti a seguito di drastica riduzione dell’introito di carboidrati, con marcato abbassamento dei livelli di insulina, talché si mobilizzano i grassi di riserva che il fegato scinde in chetoni, riversandoli in circolo dove rimpiazzano il glucosio, divenendo fonte di energia per i neuroni.

Su questo presupposto, è stato condotto uno studio pilota basato su un supplemento chetogenico (in forma di trigliceridi a media catena) alla dieta somministrata a soggetti con forme iniziali di Alzheimer in cui era stato evidenziato questo ipometabolismo del glucosio. Il grado di chetosi raggiunto era misurato con esami quotidiani delle urine e con misura mensile dei livelli plasmatici dell’acido beta-idrossibutirrico. Parallelamente è stato visto che con l’esercizio fisico aumenta la captazione dei chetoni nel cervello. I risultati preliminari indicano un miglioramento nella performance di 4 punti nella Scala ADAS-Cog in soggetti con lieve declino cognitivo sottoposti a supplemento chetonico (30 grammi di grasso chetogenico al dì) nella dieta, combinato a esercizio fisico, che era classificato come basso (150 minuti/settimana) o elevato (> 150’).

Il Prof. Hugenschmidt, della Wake Forest School of Medicine, Winston-Salem, North Carolina, ha presentato alla AAIC 2017 i risultati dello studio basato sulla misurazione con la PET del livello dei bio-markers dell’Alzheimer beta-amiloide (Aβ) e tau. E’ stato constatato che nei soggetti fisicamente più attivi i livelli erano sensibilmente più bassi di quelli dei soggetti fisicamente inattivi. Questo risultato suggerisce che l’esercizio ritarda nei soggetti predisposti l’accumulo dei fattori patogeni e pertanto l’insorgenza e la progressione dell’Alzheimer.

In conclusione, questi recenti studi confermano un dato stabilmente acquisito che gli aspetti nutrizionali congiuntamente all’attività fisica possono avere un significativo impatto nel migliorare il declino cognitivo e rallentarne il peggioramento.