Per chi si occupa di Salute avere un ruolo attivo nell’educazione del paziente è cosa che la normativa e la cultura professionale riconoscono senza difficoltà. In realtà, più a parole, che nei fatti, soprattutto nei luoghi di cura dove la stressata efficienza organizzativa di Unità purtroppo ribattezzate Aziende Sanitarie Locali detta i strettissimi tempi e le rigide regole dell’agire di molti professionisti della salute, infermieri e tecnici compresi.

Raramente questi tempi risultano compatibili con le necessità ed i ritmi di apprendimento delle persone malate e, aspetto ancor più difficile da affrontare, raramente gli operatori si chiedono se sia sufficiente fornire una raffica di informazioni sanitarie per ritenere soddisfatto l’obiettivo di coinvolgere il malato nelle scelte che lo riguardano.

In realtà l’educazione del paziente, nelle sue varie declinazioni (promozionale, preventiva e terapeutica), si sta rivelando sempre più importante per garantire la tutela della salute dei singoli e della collettività sociale.

Le stime epidemiologiche più aggiornate indicano quanto siano diffuse in tutto il mondo le patologie a carattere cronico-degenerativo, ossia quelle malattie che, sebbene curabili da un punto di vista medico, di fatto non guariscono mai, richiedendo a chi ne è affetto una costante attenzione per evitare complicanze o riacutizzazioni. E’ il caso del diabete, dell’ipertensione, di molte patologie neurologicheo dell’apparato respiratorio, renale, ma soprattutto di quello locomotore. Fino ai tumori che, per le migliori cure, qualcuno oggi vorrebbe far passare come "malattie croniche" dimenticando volutamente di denunciare come gli stili di vita e l'inquinamento ambientale, ormai pervasivo per il consumismo imperante, distruggano sempre di più l'Ambiente terrestre e i suoi abitanti.

Nei confronti di queste malattie il ruolo del personale curante cambia profondamente, non essendo possibile da parte dei sanitari un costante e diretto controllo del loro andamento, che è spesso silente o subdolo, senza l’evidenza di segni o sintomi drammatici, ma non per questo privo di rischi. Tali patologie sono collegate spesso a stili di vita inadeguati, oppure a fattori di rischio specifici, che potrebbero essere agevolmente individuati e prevenuti attraverso interventi di promozione della salute e di educazione sanitaria.

Quando poi la patologia cronica si è già instaurata, il paziente e i suoi familiari devono necessariamente assumere un ruolo attivo nella gestione della terapia, nell’assunzione di nuovi stili di vita e nel controllo delle complicanze e ciò è possibile solo a condizione che il personale curante li renda “competenti” ed autonomi per auto-curarsi.

La padronanza di conoscenze e capacità per una corretta gestione delle terapie o per il controllo dei parametri che indicano  l’andamento della malattia non può, naturalmente, essere improvvisata, né si raggiunge con la lettura di opuscoli informativi o con l’aiuto di sporadici consigli sanitari forniti, come spesso accade, negli affollati ambulatori dei medici di famiglia o delle strutture sanitarie.

La “competenza” del paziente dipende in larga misura dalla capacità dei curanti di realizzare interventi di vera e propria “educazione terapeutica” che  si propone l’educazione del paziente come di una vera e propria pratica terapeutica,con il fine di intraprendere percorsi educativi per far acquisire al paziente le capacità e le competenze che gli consentano di convivere in maniera ottimale con l'evento acuto come con la malattia cronica.

 Questo approccio aprirà nuove questioni per tutti gli operatori sanitari, non essendo possibile attribuire a qualcuno di essi l’esclusività della relazione educativa con il malato, ma ciò dovrebbe promuovere nuove piste di ricerca in ambito socio-sanitario: fino a che punto è possibile coinvolgere il paziente nelle scelte terapeutiche? Come è possibile conciliare la “qualità di vita “ percepita dal paziente con quella, spesso molto differente, proposta dagli operatori sanitari? E’ eticamente corretto assecondare le scelte “sbagliate” dei pazienti?

 Il modello di intervento che ci si propone dunque  qui di adottare è un modello non-autoritario, negoziale, partecipativo  e volto a creare un’autentica alleanza con il paziente ed i suoi familiari.

  Lungo questo "camminare insieme" suggeriremo interessanti spunti metodologici per realizzare un percorso educativo, riportando alcuni esempi di successo già sperimentati nella pratica assistenziale. Indicheremo infine alcune strategie per organizzare ed attuare l’educazione terapeutica in contesti ospedalieri ed extra-ospedalieri.

 Quanto scriveremo tra Blog, Minforma e consulti non esaurirà di sicuro la complessa problematica dell’educazione alla Salute del paziente e dei suoi congiunti, ma ci auguriamo possa costituire un agile ed utile supporto formativo sia per gli operatori come per i cittadini utenti della Sanità. Tanto, nella speranza che essi si sentano incoraggiati a sperimentare insieme sul campo sia il loro ruolo di cittadini  educatori per la salute di ciascuno, ma soprattutto quello di attori partecipi alla costruzione di quel Diritto alla Salute per tutti sancito dall'articolo 32 della nostra Costituzione. Diritto il cui fulcro è la Prevenzione.