Le fratture dell’estremo prossimale dell’omero sono lesioni gravi.

Sebbene l’80% di queste fratture siano composte o leggermente scomposte e quindi si avvalgano di trattamento conservativo (semplice bendaggio), il trattamento delle fratture scomposte è ancora oggi molto controverso.

I dati epidemiologici ci avvertono che l’incidenza di queste fratture è in progressivo aumento tanto che è stato stimato che nei prossimi 20 anni queste lesioni raggiungeranno un peso socio sanitario pari a quelle del collo del femore; questo per il progressivo invecchiamento della popolazione.

Per queste fratture si è avuto un progressivo ricorso all’indicazione chirurgica nel corso degli ultimi 20 anni; il trattamento con placca e viti è aumentato del 30% e quello protesico del 20% e questo probabilmente per la maggiore richiesta funzionale della popolazione che oggi ha una aspettativa di vita più lunga.

Quali sono oggi le indicazioni al trattamento protesico?

Si avvalgono di questa metodica le fratture a 3 o 4 parti che intervengono in pazienti anziani con patrimonio osseo ridotto (grave osteoporosi).

Le protesi di spalla oggi in uso in traumatologia sono la protesi parziale (fig. 1) e la protesi inversa (fig.2).

fig. 1 protesi parziale

 fig. 2 protesi inversa

Tecnicamente la protesi parziale omerale non può essere paragonata alla protesi parziale che si usa in caso di fratture del collo del femore negli anziani in quanto l’articolazione della spalla ha una anatomia e una biomeccanica molto più complessa di quella dell’anca.

La tecnica chirurgica nella spalla deve essere molto precisa al fine di ottenere buoni risultati funzionali.

Questo è il motivo del gran numero di insuccessi ottenuti con questa procedura.

Molti studi scientifici hanno evidenziato che nei centri dove si trattano un numero elevato di queste fratture i risultati clinici con questa metodica sono migliori a conferma del concetto che la causa dell’insuccesso è l'accuratezza chirurgica.

Negli ultimi anni si è fatto strada sempre più frequentemente il ricorso all’utilizzo della protesi inversa, ideata nella fine degli anni 90, al fine di migliorare i risultati clinici del trattamento di queste fratture.

La protesi inversa infatti rende l’articolazione della spalla molto simile a quella dell’anca dal punto di vista anatomico.

Questa protesi infatti mette in condizione il deltoide di sopperire ad una eventuale carenza della cuffia dei rotatori che negli anziani è una condizione molto frequente.

L’abduzione e l’elevazione si avvalgono quindi della potenza del deltoide e l’articolazione della spalla biomeccanicamente diventa molto più simile a quella dell’anca.

Studi scientifici hanno dimostrato che l’utilizzo di protesi inversa accelera il recupero funzionale e il ritorno ad una vita normale.

Nel Paziente più giovane in caso di frattura, che non può essere ricostruita, ancora oggi però è da preferirsi l’impianto di protesi parziale in quanto la protesi inversa potrebbe dare problemi futuri in caso di revisione per usura o mobilizzazione delle componenti protesiche.