Da poco uscito un nuovo farmaco per il trattamento dell’alcolismo, in realtà noto da tempo ai ricercatori ma non disponibile sul mercato italiano.

Il farmaco è indicato nel trattamento della base della malattia, cioè del desiderio non controllabile di bere, in forma di tendenza a bere in maniera "esagerata" e anche come tendenza a bere nonostante l’intenzione di evitarlo. E’ un farmaco che come altri non si utilizza nella disassuefazione da alcol, a differenza di altri che possono essere utili sia nella disassuefazione che nella cura della malattia vera e propria, cioè la prevenzione delle ricadute. Unica pecca, l’indicazione che la durata del trattamento consigliata sia di un anno. Questo non significa tanto che dopo "un anno" la persona sia da considerarsi "guarita", se il trattamento ha avuto successo; ma piuttosto che i benefici del trattamento si possono osservare con un certo ritardo e migliorare lungo i primi mesi.

Questa cura ha successo in un sottogruppo di pazienti, ma rappresenta comunque una nuova opzione e teoricamente è associabile ad altri trattamenti già disponibili.

E’ utile ricordare alcuni punti fermi della terapia dell’alcolismo a questo proposito.

1. L’alcolismo prevede per definizione la ricaduta, se non trattato.

2. Il fatto che un bevitore riesca a smettere da solo, che riesca a farlo rapidamente, che non abbia sintomi di astinenza quando smette, e che non beva comunque in maniera quotidiana e anche al mattino, sono elementi che sono compatibili con una diagnosi di alcolismo, in altre parole non lo escludono affatto. E più significativo che un alcolista riesca a ridurre spontaneamente le quantità o a recuperare il controllo sulle modalità del bere per distinguere tra uso, abuso e dipendenza (alcolismo).

3. La riuscita di un trattamento o di una prova autogestita non si misurano a partire dal primo giorno di sobrietà, contando poi i giorni che passano senza aver bevuto. La riuscita si misura in base alla capacità di seguire le proprie intenzioni di non bere, come differenza tra "prima" e "dopo" la cura. Si misura nella differenza tra gli episodi di bevuta prima e dopo la cura. E’ infatti sulle ricadute che c’è la prova "provata" del freno che la cura può esercitare sulla spinta a bere. Se non ci sono ricadute all’inizio del trattamento, questo può non significare niente. I casi in cui la persona non sta bevendo possono essere classificati come "successi" quando i tempi sono molto lunghi, e molto più lunghi dei periodi di sospensione che si erano verificati in passato, senza cure.

4. Evitare i luoghi e le occasioni in cui si beveva è un segno di controllo, e non un mezzo di controllo. In altre parole, se un alcolista passa dal bar e tira diritto, non significa che ha evitato di bere non entrando nel bar, significa che non aveva una voglia così forte da costringerlo ad entrarci.

5. I "motivi" per cui si beve non sono i "motivi" per cui si ricade. Le occasioni di ricaduta possono anche corrispondere a quelle in cui inizialmente si beveva (divertimento o momenti difficili di sofferenza), ma nello stadio di alcolismo più che un "motivo" c’è una modalità, che è una spinta fuori controllo a bere, per qualsiasi motivo. I motivi che avrebbero un senso rispetto al fatto di bere in maniera controllata, non hanno più un senso rispetto al bere "da alcolista". Il bevitore usa l’alcol. L’alcolista non può usare l’alcol, lo subisce. Gli effetti benefici del bere nell’alcolismo "sfuggono", sono coperti dall’intossicazione o neutralizzati da effetti opposti. La ragione per cui l’alcolista beve è l’alcolismo. Non ne servono altre per spiegare le ricadute, e non vi sono effetti positivi nel "bere da alcolista" che spiegano il perché delle singole ricadute.

 

Questi punti sono i presupposti di qualsiasi cura, e sono in contrasto con l’opinione che si può avere di una dipendenza e dell’approccio al suo trattamento.