E' molto frequente avere contatto con persone che fanno questo tipo di affermazione.

E' una convinzione molto diffusa, non solo in ambito psichiatrico.

Il paziente ritiene di poter sospendere la terapia, qualunque essa sia, perchè i suoi sintomi sono completamente scomparsi.

Mentre per le comuni patologie i medici riescono a convincere il paziente che ciò che afferma è dovuto ad una convizione errata, per le patologie psichiatriche è difficile eradicare tale convinzione, così facendo i pazienti conducono la propria storia clinica verso una ricaduta.

 

La prima domanda che mi viene posta dopo una prescrizione è: "Per quanto tempo devo assumere la terapia?", se rispondo: "Ci rivediamo tra 4-5 settimane", devo ribadire che la terapia non va interrotta altrimenti sono certo che verrà sospesa non appena i sintomi, per i quali si è richiesta la visita, scompariranno.

Ci sono patologie per cui le terapie vanno assunte per periodi limitati di tempo, altre per le quali tali terapie dovranno essere assunte per periodi prolungati se non per sempre.

La richiesta di riduzione o sospensione di una terapia è una richiesta molto frequente, che se non accontentata porta alla autosospensione del trattamento.

La convinzione della "nocività" dei farmaci è dettata da false credenze, convinzioni che vengono continuamente veicolate da chi non ha conoscenza dei farmaci, dalle paure ancestrali dell'introduzione di qualcosa dall'esterno che agisce nel nostro organismo.

Purtroppo, tali convinzioni saranno sempre presenti nella cultura dell'uomo, ma sono potenzialmente pericolose se appartengono alla classe medica e vengono comunicate a pazienti con problematiche psichiche.