Dove nessuno posava lo sguardo

stavamo lì

lontani dal giorno e persi nella notte

dove gli echi arrivavano distanti e si smarrivano in un vecchio silenzio

stavamo lì

su un filo in bilico

a guardare gli altri cadere

ed il fiero traballare

equilibristi dell'assurdo

e tutti sapevano che stavamo lì

ma nessuno conosceva il luogo

tutti guardavano guardavano il cemento

ma nessuno respirava il potere

e restavamo sempre lì

nel candore dell'inverno e nell'ardore dell'estate

ai flauti di primavera e ai violini d'autunno

fin quando anche uscirne non avrebbe avuto senso

anche quando ne uscivamo, stavamo lì

di Aral Gabriele.  Vedi http://www.youtube.com/watch?v=9lrAAuVW-vc

Questa poesia è scritta da Aral Gabriele, condannato per l'omicidio dei genitori. Secondo i giudici l'omicidio sarebbe maturato come reazione alla scoperta che il ragazzo aveva falsificato il libretto universitario facendo credere di aver terminato il corso di studi e di essere prossimo alla laurea.

Al di là del fatto di cronaca, la poesia contiene alcuni elementi molto suggestivi di un sentimento depressivo. Innanzitutto l'estraneità, il sentirsi fuori, su un altro piano, più lento, più opaco, più sotterraneo, come quei sottoscala che hanno le finestre con visuale all'altezza della strada, e da cui si possono vedere i passi degli altri senza vederne le teste, e senza essere visti. Una posizione tra il nascosto e il sepolto, in cui non si sa se appunto si è stati sepolti dall'indifferenza di tutti o ci si è nascosti per un senso di smarrimento e paura.

C'è dell'altro, una specie di ironia sul fatto di essere sepolti e nascosti, quando si dice che gli altri lo sanno, il mondo lo sa che il depreso è laggiù sepolto o nascosto, eppure fa finta di niente. Magari non vuole vederlo, o lo ritiene vile e aspetta che reagisca da solo, o ancora è cinicamente indifferente. E' un sentimento comune, soprattutto nella cosiddetta depressione atipica, quello della rabbia o comunque della delusione nei confronti di tutto il mondo che trascura, non aiuta, non si interessa di chi è depresso, non porge una corda per uscire dalla palude.

Ovviamente si tratta di un punto di vista depressivo, che si avvolge su se stesso poiché il mondo di solito ignora passivamente (cioè non si accorge e non immagina) più che ignorare attivamente (cioè sapere ma trascurare la sofferenza della persona). La visione della depressione come un girone infernale, in cui tutti non possono guardare altrove che in terra, "il cemento", e nessuno "respirava il potere"...in questo c'è quasi un sapore biologico, la vita della depressione diventa quasi un odore, un sapore, una sensazione molto primitiva che manca, che è troppo lontana, un profumo inarrivabile. In effetti la sede emotiva è proprio vicina ai centri che regolano queste sensazioni del gusto/odore, per cui collegare l'umore ad uno stato di mancanza di gusto e di odore è un'immagine quasi "anatomica".

Il depresso non sente più la differenza tra il gradevole e lo sgradevole, la differenza di temperatura, tra il silenzio e il rumore, l'inaridimento fa concentrare soltanto sulla propria sofferenza. La propria sofferenza è muta, cieca, fredda, ma soprattutto non si muove più in nessuna direzione, non permette più di fare confronti o misure. E' qualcosa di assoluto e senza misura, senza tempo addirittura. Chi è depresso potrebbe essere lì da un minuto o da anni, ha la sensazione di una privazione anche di tempo, di scorrimento del tempo. Non si muove più la vita in alcuna direzione, ristagna.

L'ansia è una come la goccia del lavandino che ricorda in continuazione questa angoscia, ma non abbastanza per scuotere. L'evoluzione della depressione dal semplice sentimento che ammorba le giornate al vero e proprio cambiamento del modo di pensare a sé e al proprio futuro si legge nella chiusura della poesia. Entra il sintomo depressivo più grave, che è la mancanza di speranza: la persona comincia a pensare, in un assurdo inspiegabile, che uscirne ormai è impossibile, perché anche se potesse risalire, ormai sarebbe imprigionato in un destino sotterraneo, invisibile e scuro. Star bene per un depresso grave non è più niente, non è come si sente ma neanche una condizione possibile per il futuro.

Da qui la tendenza a non curarsi, a non chiedere neanche aiuto, a vivere il proprio destino come una condanna, giusta o ingiusta che sia (alla fine neanche questo conta più). E' in queste circostanze che la persona smette di lamentarsi, o si fa vedere apparentemente attiva, così da allontanare l'attenzione degli altri da sé, mentre cova il sentimento di "non ritorno".

Chiaramente questa poesia rappresenta almeno in apparenza la realtà del carcere, del confinamento, della mancanza di libertà che protratta per anni costringe a chiudersi in un mondo interiore desolante. Forse il carcere stesso è un modo per rappresentare il sentimento depressivo, e un dolore incomunicabile.

Per fortuna in psichiatria non è sempre necessario comunicare a parole, dare un nome a ciò che si sente. Gli occhi, il modo di parlare, i vocaboli scelti, l'espressione del viso e addirittura le frasi che ricorrono come fossero degli "slogan" depressivi permettono a chi osserva di riconoscere una depressione senza confonderla con la tristezza o la demoralizzazione, e senza andare a cercare ipotetiche cause che spesso non ci sono (questo è uno degli elementi incomunicabili, essere depressi senza un perché).