Il caso di Franco Panariello, fratello del noto comico Giorgio, può essere occasione per richiamare l'attenzione di molti su alcune regole fondamentali nel trattamento delle dipendenze da droga, e in particolare da eroina. In base a quanto riportato dalla stampa, pare che Franco Panariello avesse una tossicodipendenza da eroina, e avesse trascorso un lungo periodo in più comunità, di quelle più "celebri".

La scorsa notte sarebbe rimasto vittima di overdose da eroina e abbandonato dai compagni della serata su una panchina. Le reazioni sono state sostanzialmente un "Nessuno se l'aspettava", perché era una persona che aveva "un passato di tossicodipendenza" ma che "ne era uscito" grazie alle comunità in cui era stato, e ormai da tempo.

Nelle versioni giornalistiche purtroppo si notano i soliti errori nella discussione dei problemi di tossicodipendenza. Innanzitutto ignorare che una persona che ha una diagnosi di tossicodipendenza non ha "un passato" di tossicodipendenza in senso biologico, anche se ne è fuori materialmente e mentalmente da tempo.

Questo vale specialmente se poi la garanzia di questa protezione dalle ricadute non c'è. I trattamenti di base per la tossicodipendenza da eroina sono noti (da fine anni '60), disponibili in Italia (dagli anni '80) e capillarizzati sul territorio, anche se la qualità dei trattamenti, cioè la percentuale di trattamento eseguiti secondo le regole di efficacia descritte nei manuali, è di circa il 20% (2 pazienti su 10).

Un soggetto che (diagnosticato tossicodipendente) non abbia eseguito e non stia proseguendo quei trattamenti (metadonico o buprenorfinico o naltrexonico a lungo termine) non ha avuto una cura per la sua malattia, e indipendentemente da come sia stato gestito, anche in buona , ottima fede, non è protetto dalle ricadute.

Poiché si tratta di una malattia recidivante, il mantenimento dei risultati (non-ricaduta) dipende dalla prosecuzione delle cure, e dalla loro applicazione secondo le regole di efficacia, che poi si riferiscono banalmente e principalmente al dosaggio del farmaco anti-dipendenza. Una ricaduta da un tossicodipendente che non si droga da qualche anno dopo essere stato in una o più comunità, e che non assume né metadone né buprenorfina, io me la aspetterei.

E' proprio la situazione in cui me la aspetterei. In più, queste ricadute creano un rischio che è maggiore di quello dei tossicodipendenti mentre si stanno drogando abitualmente, e cioè l'overdose mortale. Questo accade perché quando un tossicodipendente non è più assuefatto, una dose che prima era normale diventa letale. Perché il tossicodipendente spesso si sbaglia su queste dosi, che pure conosce ? Perché probabilmente si regola in base non ad un ragionamento di tossicità (razionalmente) ma al desiderio che ha, e che non controlla, e quindi pur sapendo di correre determinati rischi utilizza dosi "non sicure".

Altro fattore importante sono le overdose combinate, da eroina e alcol o tranquillanti. Molti tossicodipednenti che non si drogano più con l'eroina invece iniziano a bere abitualmente o a consumare ansiolitici, e sviluppano spesso una tossicodipendenza da queste sostanze. Quando decidono di riutilizzare eroina, corrono il rischio di overdose anche con dosi sicure, perché in combinazione con l'alcol e i tranquillanti queste dosi possono fare un effetto maggiore del previsto.

Le persone che sono in trattamento metadonico o buprenorfinico, a parte lo scopo principale del trattamento che è quello curativo-riabilitativo, sono protette anche dall'overdose e dalle conseguenze dell'abuso di altre sostanze, in maniera dipendente anche qui dall'impiego di dosi adeguate di medicinale. Sono invece a rischio massimo le persone disintossicate, in uscita da comunità, carceri, ospedali.

Queste persone sono lasciate in balìa della loro malattia, di cui è stata curata una componente secondaria e non centrale (l'intossicazione) e ignorata l'altra parte, cioè quella della tendenza a perdere il controllo sulla spinta a drogarsi, che provocherà la ricaduta, anche e soprattutto quando tutto sembra andar bene.

Con un pensiero a chi muore, e a chi ha cercato di aiutarlo con tutte le sue migliori intenzioni, è utile ricordare che le intenzioni e la spinta ad aiutare vanno messe al servizio delle cure scientificamente efficaci, altrimenti non cambiano una virgola del destino di queste persone.