Non pochi avranno notato che, in questi anni di incertezza sugli sviluppi economici e sull'esito dell'indebitamento di intere nazioni, vi sia stata una diffusione del gioco e delle scommesse.
In particolare tre sono i fenomeni legali già diffusi o in diffusione:

a) le lotterie istantanee (cosiddetti gratta e vinci dal nome del primo gioco del genere);
b) le sale da slot-machine;
c) le sale scommesse, già esistenti ma aumentate di numero.

Il fatto che questo tipo di attività siano voci di bilancio pubblico o comunque regolamentate e tassate dallo Stato pone inevitabilmente dei problemi sulla prevenzione degli effetti nocivi, veri e propri effetti tossici "biologici" sul cervello che il gioco d'azzardo notoriamente ha. Certamente una parte delle persone pensa che in quel contesto chi vuole rovinare sia libero di farlo e non debba essere né agevolato né peraltro ostacolato, analogamente ad uno dei pensieri diffusi sull'uso di droghe.

Esiste però uno scrupolo sociale, che è fondato su una nozione biologica e medica: la libertà che caratterizza le prime esposizioni a determinati stimoli (il gioco ad esempio, ma anche le droghe) non è mantenuta in maniera invariata e immodificabile: con meccanismi a cui siamo predisposti in maniera più o meno forte, certi stimoli inducono cambiamenti nel funzionamento cerebrale, che poi tendono a mantenersi e si esprimono con comportamenti automatici di "dipendenza" dallo stimolo. Il gioco è una di quelle cose che può distorcere così il funzionamento del cervello, e farlo in maniera abbastanza duratura da produrre disastri economici sull'individuo e sulla famiglia.

 

La responsabilità dello Stato nel regolamentare il gioco non è solo per verificare la copertura delle vincite e quindi garantire la riscossione delle vincite; non solo quella di verificare il rispetto delle regole del gioco per individuare e prevenire truffe. Esiste un altro aspetto di responsabilità sociale, che è quello di proibire il gioco legale con caratteristiche di nocività.
La proposta è fattibile perché si conoscono almeno tre fattori del gioco che producono perdita di controllo, e nel tempo dipendenza da gioco:

1 - l'intervallo tra l'apertura del gioco e la possibilità di effettuare la puntata. I giochi in cui si punta subito, senza preliminari (e quindi senza elementi di abilità) come ad esempio la slot machine ma anche il gratta-e-vinci sono ad alto rischio, così come la classica roulette. Questo fattore si moltiplica con la possibilità di ripetere immediatamente la puntata dopo l'esito di quella precedente, e quindi nei giochi in cui si ripete la giocata in automatico due o tre volte (comprando più biglietti da grattare, o tirando più volte la slot in una unica giocata).

2 - l'intervallo di tempo tra la puntata e l'esito. I giochi in cui l'esito è istantaneo sono ad alto rischio (ancora le slot machine, i gratta-e-vinci, la roulette).

Questi fattori sono amplificati dal fatto che è il giocatore stesso ad "accettare" la puntata (premendo un pulsante, acquistando con i soldi il biglietto) e a chiamare il risultato (premendo un pulsante). Già la conversione dei soldi in gettoni che poi serviranno a puntare è un elemento intermedio che riduce il rischio associato all'immediatezza: gioco-puntata-esito, perché finiti i gettoni il gioco momentaneamente è interrotto.

3 - La distribuzione delle vincite, ossia l'entità della vincita massima (che fa da esca maggiore), ma anche la presenza di tagli di vincita intermedi, che rendono abbastanza probabile vicinte piccole o medie, secondo un meccanismo per cui queste inducono nuove giocate, e quindi favoriscono il banco nel lungo termine.

 

Poiché questi aspetti sono noti e diffusi in un documento all'attenzione degli stati europei (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2011:0128:FIN:it:PDF), ne deriva anche il fatto che gli Stati dovrebbero evitare la diffusione di giochi ad alto rischio, anche se legali, affidabili e certificati.

Il soggetto che, libero di investire i suoi soldi nel gioco, rimane però vittima di questi meccanismi biologici, potrebbe essere a ragione ritenuto parte lesa, non tutelata ed esposta a rischi noti per la salute mentale.