Lunedì scorso è andato in onda “La caduta”, il film che ricostruisce le vicende degli ultimi giorni di Hitler, nascosto insieme ad alcuni fedelissimi in un rifugio sotterraneo antiaereo, mentre l’armata rossa strada per strada avanza attraverso Berlino. La rappresentazione cinematografica coglie bene un aspetto, cioè quello della distanza, sempre più surreale, tra la volontà di vittoria di Hitler come guida del suo esercito, e il volgere rovinoso delle sorti militari. La caduta del regime hitleriano non si svolge quindi in un’atmosfera di resa, che una specie di sorpresa. Se ormai nessuno poteva più credere razionalmente in una vittoria, agli occhi di chi ha creduto nella vittoria della Germania, la resa è altrettanto incredibile, inimmaginabile. Le persone che prima o dopo depongono le armi, o semplicemente finiscono le munizioni, non sanno immaginare cosa verrà dopo la sconfitta. L’atmosfera in questione ricorda molto il ciclo ascesa e caduta del bipolarismo, in cui dalla vetta della mania si precipita in basso. Non si tratta appunto di una discesa, che gradualmente vede calare la quota e ridimensionarsi la prospettiva: si tratta di una caduta a picco di una grandezza che non ha il tempo di divenire nuovamente “a misura d’uomo”. Per questo quando la mania cade fa così male, e lascia un cratere come un meteorite che non ha il tempo di disintegrarsi e raffreddarsi prima di schiantarsi al suolo.

Certamente durante la caduta la grandiosità cambia tinta, e diventa tragica. Viene meno la visione della vittoria, si intravede la morte, la sconfitta. Eppure, non venendo meno la grandiosità, morte e sconfitta non sono una buona ragione per fare un passo indietro e pensare ad una ritirata strategica, sono semplicemente un muro contro cui continuare a correre a tutta velocità. Hitler stesso, nel tentare di trovare una spiegazione del fallimento, arrivò a concludere che il popolo tedesco non era stato abbastanza “convinto”: nella visione grandiosa, umorale, quel che non riesce non era stato sufficientemente voluto. Se volere è potere, non aver potuto è non aver voluto abbastanza. Così, nella mania, la persona che sta fallendo, non volta le spalle al progetto maniacale per tornare indietro sui suoi passi, e cercare una posizione più bassa meglio gestibile: dalla mania non si scende, si cade; e si cade all’indietro, con lo sguardo rivolto verso la vetta che si allontana. Il vissuto di una persona bipolare è infatti riferito sempre alla mania, ed è anche per questo che la depressione può essere molto intensa anche da un cratere poco profondo: la distanza dalla vetta è la profondità vera, la distanza dalla mania e dai suoi sogni irrealizzati e adesso impossibili.

Il momento più delicato è proprio la fase di transizione. Quando si passa alla fase depressiva, sul fondo del cratere, la persona ormai è vinta, ha dichiarato la resa, non può far altro e non vuole più fare altro. Quando però si sta sempre cadendo, spesso l’idea rimane sempre quella di rimanere coerenti con il progetto grandioso: se avesse avuto successo, sarebbe stata una celebrazione “euforica”, visto che invece ha fallito allora sarà una celebrazione tragica. Le ultime risorse, gli ultimi soldati dovranno essere sacrificati, non salvati. Così, negli ultimi giorni di Berlino, gli utimi civili rimasti, compresi donne e bambini, sono inquadrati nelle formazioni dei “lupi mannari”, che hanno il compito di spuntar fuori a sorpresa, muniti di una sola dotazione di armi (bombe a mano e panzerfaust) per distruggere uno a uno, strada per strada, i corazzati nemici. E’ ovvio che questa reazione non è essenzialmente militare, ma ideale. L’immagine di Hitler che passa in rassegna truppe di giovanissimi in uniforme è quindi una buona metafora della “mania mista”, cioè la mania in caduta, in cui la missione rimane ma le energie sono ridotte, rimane la spinta ideale ma la prospettiva gira verso la sconfitta certa. In alcuni casi, proprio in questa fase, la spinta del soggetto bipolare si amplifica ulteriormente, perché quando la meta si allontana la reazione si fa furiosa e ancora più tesa fino allo spasimo. E’ lo stesso tipo di fenomeno che si osserva nel soggetto tossicodipendente quando la droga non è più disponibile, il desiderio cresce spasmodicamente e diventa rabbioso.

Al di là delle metafore, il vissuto dell’ultimo Hitler, diciamo dall’invasione della Russia in poi, ricorda effettivamente la parabola di tanti generali vittoriosi e grandiosi nei loro progetti di conquista, che dopo rapide avanzate rimangono impotenti di fronte ad una “caduta” di rimbalzo. Il seme di questa caduta è proprio in una componente maniacale, e cioè la tensione e l’impegno concentrati sulla fase di ascesa, di espansione, con poca o scarsa pianificazione degli imprevisti e con scarsa capacità di attendere e di lasciar maturare le condizioni migliori per le mosse, di volta in volta. I generali dell’esercito, da tecnici militari, rimanevano perplessi di fronte all’atteggiamento “intuitivo”, quasi da divinazione, che Hitler aveva nel decidere le proprie mosse. Rimanevano inoltre perplessi per il fatto che l’unica lingua della guerra Hitleriana sembrava essere quella dell’attacco, e per l’atteggiamento paradossale di rilancio che Hitler aveva di fronte ai resoconti sempre più negativi. Un’interpretazione “bipolare” della guerra hitleriana vede quindi come unite in un unico ciclo la guerra lampo e la caduta. Il bipolare, quando è in mania, vola in alto per lo stesso motivo per cui cadrà in basso dopo, perché si sta muovendo su una ruota.

Intorno alla caduta del capo, si disegnano le storie, molto simili, di tutti gli altri gerarchi, ben descritte in un libro di Knopp dal titolo “Tutti gli uomini di Hitler”, o meglio “tutti i bipolari di Hitler”.