Quando si affronta il discorso di una dipendenza, l'errore è sempre uno. Ciascuno prende posizione sull'oggetto del comportamento, ad esempio il consumo di droga, di alcol, il gioco d'azzardo. Queste posizioni bersagliano o dichiarano di tollerare entro certi limiti l'uso dello strumento che induce dipendenza, ma non centrano l'argomento. L'argomento è la dipendenza (da droga, alcol, gioco etc) in contrapposizione al normale rapporto che le persone possono avere con questo tipo di stimoli o comportamenti. La dipendenza non è un vizio estremo, ma è una rottura della capacità di gestire il vizio. Che poi sul vizio si dia un giudizio neutro, positivo, negativo, questa è una questione diversa.

Per questo, l'allarme nei riguardi di una dipendenza in crescita, come è quella da gioco d'azzardo, non corrisponde al solito dibattito sul gioco. L'endemia di alcolismo, e le politiche per prevenire l'aumento dei nuovi casi, non è la stessa cosa della politica culturale che sostiene il "bere responsabile". Anzi, inevitabilmente ogni campagna che promuove (tollerandolo) un comportamento, di per sé non può che influire (magari poco) nel senso dell'aumento dei nuovi casi. Il meccanismo dell'allarme sociale in cui si confonde uso e abuso funziona quando si parla di stupefacenti, cioè di droghe in grado di indurre molto spesso e rapidamente dipendenza. Non funziona il meccanismo quando si parla di comportamenti che hanno anche una loro versione normale, tipo appunto il bere alcol o il gioco.

Il problema dei dipendenti è che per loro questo comportamento è ormai non praticabile, per cui la vera differenza non è tra il giocatore di somme basse o alte, ma tra il giocatore normale e il patologico. Se proibire il gioco significherebbe ridurre anche il numero di nuovi giocatori patologici, curare un giocatore patologico non significa insegnarli a giocare in maniera responsabile, né aumentare la sua consapevolezza su come il gioco possa essere nocivo.

Questo vale anche quando si voglia capire se un giocatore patologico è in fase di guarigione oppure no. Il problema non è stabilire se egli ricordi o meno con piacere il gioco, ma se abbia in mente di poter giocare con successo. La prima parte è la memoria di un comportamento che inizialmente era eccitante e aveva comportato spesso una vincita. La seconda fase invece è un rapporto alterato con il proprio funzionamento di giocatore: si colloca la vincita laddove si è prodotta la perdita, con un meccanismo paradossale di ritenere probabile la vincita a fronte di una storia di disastro economico. Il giocatore fisiologico non crede nella vincita, tenta la sorte e così si diverte, o scommette a soldi su giochi parzialmente di abilità. Il giocatore patologico crede la vincita possibile, e si inventa l'abilità per cercare di avvicinarsela, dove invece non c'è spazio per alcuna abilità.

Leggevo un articolo su un settimanale di cronaca in cui si parlava di una clinica specializzata in gioco d'azzardo. Alcuni raccontavano le loro storie: c'era il videopokerista, il giocatore dei cavalli, e poi un "sistemista" compulsivo, cioè uno che gioca in borsa o alle lotterie elaborando sistemi matematici per aumentare la probabilità di vincita. Si legge che questi ha dilapidato il proprio patrimonio in questa attività, e adesso che si sta curando sostiene questo: che dopo anni di studio i suoi sistemi funzionerebbero anche, ma essendo divenuta un'ossessione non è riuscito ad applicarli con la dovuta lucidità e pazienza, e per questo si è rovinato. Il discorso filerebbe, se non fosse perché in realtà è un paradosso: la soluzione al gioco patologico sta..nel gioco fisiologico ! Il giocatore rivela il suo stato di "spostamento" mentale rispetto a questo comportamento proprio nel progettare il ritorno ad un gioco responsabile, ma sistematico. Il convincimento della scientificità dei sistemi è in questo caso un alibi, per poter giocare ancora. Il giocatore occasionale crede nei sistemi, oppure gli piace crederci. Il giocatore patologico crede nei sistemi perché crede nella vincita, i sistemi sono una scusa per poterci credere meglio. Il giocatore patologico, fermo perché non ha momentaneamente più soldi per continuare, progetta un ritorno come giocatore di successo, progetta sempre una vincita al gioco, progetta sempre un futuro come giocatore. Finché questo accade, significa che il rischio di ricaduta è sempre attuale, ed è spesso scatenanto dalla rinnovata disponibilità di soldi. In altre parole il pensiero "se non fossi malato di gioco, sarei un giocatore di successo usando i miei trucchi" è una conferma diagnostica di gioco patologico, e una distorsione di pensiero che indica una posizione del cervello ancora spostata dalla parte del gioco.

Mentre questo accade ogni volta in maniera benigna nel giocatore fisiologico (che ci fantastica ma non ci crede), nel giocatore patologico questa posizione coincide con la ricaduta (che ci crede e quindi fantastica su presunti trucchi infallibili).