Il disturbo bipolare e il mito di Achille dell'Iliade sono collegati per più di un motivo. Partirei dal famoso tallone d'Achille. Il disturbo bipolare è spesso rifiutato come diagnosi perché la sua componente fondamentale, cioè l'eccitamento, è dal cervello visto come un punto di forza, e non l'origine del male. Il male è riconosciuto e isolato nella parte depressiva, mentre la parte eccitatoria è tipicamente inseguita, sollecitata e rimpianta come momento di normale energia, buone idee, potenzialità e rinnovamento.

Proprio questa visione "sintonica" della mania rende il soggetto con disturbo bipolare vulnerabile, e la sua vulnerabilità è presente quando è eccitato più di quanto non sia presente quando è depresso. La depressione inibisce l'iniziativa e isola, l'eccitamento fa esporre le persone e fa loro prendere iniziative.

Facile, in queste circostane, che diventino generose, che diano fiducia agli estranei, che diventino ingenue nel loro credere a promesse, miraggi, racconti fasulli e millanterie di personaggi che entrano nelle loro vite. Facile sia per una superficialità data dall'eccessivo ottimismo, sia per la sensazione di riuscire a "cogliere" delle buone occasioni, mandate dalla provvidenza per dare una svolta alla propria vita. In questo innamoramento delle novità, delle occasioni, in questo slancio verso il futuro sconosciuto ma ricco di prospettive, in questa ribellione verso una nuova vita, il soggetto bipolare ha il suo momento di vulnerabilità.

L'eccitamento spoglia delle proprie difese, e pertanto non è un momento di estrema forza, come sembra a chi lo "indossa", ma un momento di estrema vulnerabilità. Le truffe, i raggiri e i rischi a cui vanno incontro i soggetti in fase maniacale sono estremamente banali e evidenti agli occhi di chi guarda dall'esterno, perché la differenza la fa il cosiddetto "sentimento" di realtà, per cui la persona in fase euforica non mette in conto il negativo, a patto che le persone lo assecondino o lo esaltino con promesse e prospettive favorevoli. Il soggetto bipolare in fase maniacale, insomma, è una vittima più spesso di quanto non sia autore di danni.

Colpisce ad esempio il dato che a New York il 30% circa dei morti ammazzati aveva all'autopsia cocaina nel sangue. La cocaina, che riproduce per il suo tipico effetto un eccitamento, fa rischiare di lasciarci la pelle in scontri di vario genere, più che rendere superuomini. Il soggetto bipolare risulta inoltre talmente estroverso e impulsivo da poter provocare su di sé reazioni degli altri, ma proprio perché immerso in una dimensione in cui non prevede le reazioni organizzate e negative contro di sé, non si premunisce e si ritiene in grado di gestire anche il rischio. Corre verso il fuoco, non scappa dal fuoco, si accende il fuoco vicino.

Così Achille, all'apice della sua bellicosità, è semplicemente annientato perché nel suo essere semidio non poteva evitare di avere un tallone scoperto, colpendo il quale sarebbe morto. Il tallone è scoperto, clamorosamente, Achille protegge con lo scudo, l'elmo e la corazza altre parti del suo corpo, ma non quella vulnerabile. Non si sente vulnerabile, indossa l'armatura come un ornamento e non come una difesa. Eppure era stato avvertito dall'oracolo sul fatto che avrebbe rischiato grosso nella guerra di Troia, forse non sarebbe mai più tornato. Ma come il paziente in fase maniacale, quasi si fa vanto del rischio e parte, e non si cura di proteggere il tallone. Andando a ritroso nella storia, Achille inizia la sua tragedia con una depressione, per motivi banali, il litigio sul possesso di una schiava, di cui lui si ha a male, tanto da rinchiudersi in una tende per mesi, senza combattere né guidare il suo esercito.

Poi, scosso dalla morte dell'amico Patroclo, che muore al suo posto indossando la sua armatura, per spaventare il nemico, improvvisamente ritorna a combattere, e in piena fase eccitata stermina i nemici e infierisce sul cadavere del condottiero nemico, assassino di Patroclo. Questa è la sua "ira", ll'ira di Achille che è il momento centrale della guerra di Troia nella narrazione di Omero. Questa "ira" in greco non è altro che la "mania", ovvero appunto furia, eccitamento rabbioso e ostile. Achille sopravvive depresso chiuso nella sua tenda, e muore all'apice della mania, per essersi scordato di proteggere la sua vulnerabilità di uomo, che in quel momento non sentiva più.