La depressione è una condizione mentale che trattiene la persona in uno stato di impotenza o di arresto rispetto alle sue capacità, ai suoi progetti, alle sue prospettive, alle sue stesse energie vitali di fondo. Può essere una lenta discesa, così come un brusco strappo. Più è brusco, meno è stabile, e più si rischia che i comportamenti siano impulsivi e (auto)distruttivi. Una depressione rapida è spesso anche caotica, sospesa tra una perdita di speranza e un accumulo di energia (agitazione) che non sa trovare sbocco, la smania di desideri o di mete che si percepiscono come importantissime e allo stesso tempo impossibili da raggiungere. Sono questi i momenti in cui più spesso si accende l’idea di morire, non tanto come fuga quanto come estremo gesto di salto verso un’ipotetica nuova realtà in cui poter andare avanti.

Di depressione, che in termini generali significa solo un insieme di sintomi comuni a tipi diversi di malattie, ci sono diversi tipi e anche diversi stadi di gravità, di profondità. Il lutto, la reazione al fallimento, alla delusione, alla frustrazione delle aspettative, sono forme di depressione di per sé comuni e anzi attese prima o poi anche nella più fortunata delle vite. Hanno in sé anche una componente di ri-adattamento, di ritirata strategica per poter tornare a nuove decisioni con maggior esperienza degli errori e dei limiti, e quindi rinati con maggiori capacità. Ciò non significa che l’esperienza depressiva normale non sia dolorosa, ma essa è un dolore attraverso cui si può anche crescere, e che il cervello è in generale preparato a gestire.

Quando si inizia invece ad arrancare, a doversi fermare, a non avere più voglia di vedere un futuro, a non aver voglia neanche di provare, allora si è ad un altro stadio, in cui il cervello non reagirà più così facilmente: anzi, la reazione del cervello è proprio quella, scendere di quota, fermarsi, imprimere una moto di frenata, di attrito. E’ il punto in cui si vive come se il lutto passato, o il fallimento, fossero ormai non recuperabili appieno, e si andasse avanti più per dovere che per piacere, più per dignità che non perché si spera di andare incontro a qualche successo. Così facendo di fatto ci si sottrae anche alle occasioni, agli incontri, si vive sulla sufficienza.

Il terzo stadio è la psicosi depressiva, quando un filtro umorale, di rallentamento, distanza e pesantezza colora tutto senza più dialogare con l’esterno, al punto che tutto ruota intorno alla persona depressa e al suo dolore, alla sua immobilità, la sua decadenza, la sua colpa, la sua inconsistenza. La persona non comunica più, che sia muta o in preda a crisi di urla e pianto. Non ha più speranza, non sa dove andare, che sia immobile o agitata.

Nelle classificazioni della depressione si fa riferimento sia ad una intensità dei sintomi (maggiore con sottogradi lieve-moderata-grave, e minore), sia ad una durata (acuta-cronica), sia ad una causa (reattiva, spontanea), ad alcune presentazioni (ansiosa, mascherata, psicotica etc). Sta di fatto che in realtà si intende per depressione la presenza di alcuni sintomi, che però a seconda di altri connotati corrispondono a malattie tra loro diverse, con diverso significato. A volte un tipo di depressione può evolvere in una più grave, come ad esempio dal lutto si può passare alla depressione autonoma, però di solito le differenze si riconoscono già inizialmente. Poiché nelle descrizioni dei manuali i sintomi spesso hanno tutti lo stesso peso nel comporre il mosaico della depressione, si creano equivoci tra depressioni di gravità diversa ma che come numero di sintomi possono essere uguali, o tra livelli di gravità diversi che però non sembrano tali perché in realtà il numero di elementi visibili può addirittura essere minore quando invece la gravità della sofferenza emotiva è maggiore (depressione mascherata, depressione residua, depressione cronica).

Si può tentare una classificazione diversa, e partire da un punto di vista alternativo. Definiamo la depressione semplicemente “dolore” e identifichiamo le diverse forme del “dolore mentale”. Lo scrittore Thomas De Quincey in uno dei capitoli delle Confessioni di un oppiomane descrive le figure di tre sorelle, chiamandole Nostre Signore del Dolore, o semplicemente i Dolori. Tre sorelle di un’unica famiglia, ma dalle strade ben distinte. Come dire, tre sindromi depressive partorite da un unico cervello, ma che poi seguono tre sviluppi distinti come tre malattie. Le figure delle tre madri sono hanno ispirato Dario Argento per alcuni suoi film horror (Inferno,. Suspiria, La terza madre), divinità che incarnano la presenza del dolore nell’umanità, in maniera ambigua tra la distruzione pura e lo stimolo per un superamento e una rinascita spirituale.

 

 

Parte I – Mater Lachrymarum

La Prima di questi Demoni Femminili è Mater Lachrymarum, la Signora delle Lacrime. E’ la primogenita delle tre sorelle, i suoi occhi raccolgono mille espressioni umane (“I suoi occhi sono di volta in volta dolci e astuti, intensi e assonnati; spesso si levano verso le nubi; spesso sfidano il cielo”. Raggiunge chiunque, e lo accompagna nel pianto, così come nella nostalgia, nella malinconia, e nelle paure. Il suo regno è quello più vasto. Mater Lachrymarum è la punta dell’iceberg della depressione, la parte più comune, che colpisce tutti e che quindi accompagna la vita senza di fatto interromperla, è il dolore ineluttabile, il prezzo da pagare per le gioie della vita.

Il dolore di una perdita da pagare per un amore goduto, il dolore della fine da pagare per qualsiasi cosa si sia vissuto con entusiasmo, la mutilazione di un lutto di una persona cara, in cui da una parte si continua a vivere mentre dall’altra si resta e si muore. Mater Lachrymarum si muove, vola, ha uno scopo e una ragione, prende le sembianze del volto piangente di chi soffre, di volta in volta. Ella “è spesse volte tempestosa e frenetica, inveisce a gran voce contro il cielo e chiede che le rendano i suoi cari”, è quindi un simbolo di vita, ferita, che continua a muoversi in cerca di una consolazione o di un nuovo senso per andare avanti, attraverso il dolore.

E’ inoltre simile ad un demone degli incubi, poiché “s’insinua, intrusa spettrale, nelle camere degli uomini insonni, delle donne insonni, dei bambini insonni”. Paure e dolori che aiutano a crescere, pegno da pagare per conoscere (le paure) e per aver conosciuto (la perdita).

 

La descrizione di questa prima Madre corrisponde alla “reazione da lutto” o alle paura dell’ignoto, i contatti stridenti e dolori tra l’uomo con la sua voglia di vivere e i margini della morte e dell’ignoto minaccioso, che minaccia di inghiottire e non restituire qualsiasi cosa amiamo o desideriamo.

 

Molti dei segni attribuiti a questo demone sono i sintomi che si chiedono per valutare la gravità di una depressione, nel senso che la presenza di pianto, la reazione di protesta, la conservazione del movimento, della mimica facciale, della capacità di esprimere le emozioni visivamente e con i gesti, di parlare di scopi e di progetti, anche se per il momento interrotti, indica una depressione non grave. Questi quadri possono corrispondere alle reazioni depressive, non vere malattie depressive ma dolori con cui chi ama, combatte e aspira paga il prezzo di quell'amore quando perde, è sconfitto o fallisce.

 

 

Parte II – Mater Suspiriorum

La seconda Signora è Mater Suspiriorum, rappresentata nel film Suspiria in alcuni suoi attributi. E’ una figura disadorna, trasandata e non volitiva. Porta in capo un turbante cencioso, non parla, non piange e non si lamenta, siede o si sdraia e al di là di questo non compare mai in pubblico. E’ ritirata perché ha rinunciato alla luce, alla felicità e al successo, vive trascinandosi nella memoria di uno splendore perduto, di una felicità che non ha più senso rincorrere. L’unico suo orgoglio è quello di aver rinunciato alla lotta, di aver riconosciuto la sua impotenza e la sua sconfitta, senza la presunzione di voler risalire o riprendere colore.

Esprime anzi per tutto questo una sorta di scetticismo e disprezzo, quasi per consolare la sua solitudine e il suo ritiro. La sua presenza è segnata da un sospiro basso, a intervalli, a volte simile a un borbottìo, consumato in oscurità o in angoli nascosti. Il suo capo è volto in basso, lo sguardo è sfuggente ma comunque è vuoto di espressioni. In parole povere, la sua figura è il guscio vuoto di un uomo, un mucchio di cenere che seppellisce l’ultima brace in una stanza ormai gelida. Il punto di stallo e di “cronicizzazione” di una depressione corrisponde più o meno a questa condizione, con lo sguardo che punta in basso anziché in alto, con la punta del piede girata all’indietro. Mentre nelle lacrime (Mater Lachrymarum) c’è speranza o ribellione, nel sospiro c’è solo sopportazione e fuga, anonimato emotivo.

Nel dolore “lacrimoso” si spera ancora in una nuova battaglia, in un riscatto. Nel dolore “sospiroso” si spera che regga una resa onorevole, anche se sempre più piccola è la distanza tra la resa e l’assenza totale. Nella depressione “sospirosa” non c’è più la forza di sollecitare nuove battaglie, non è quindi una sconfitta per kappa-ò, ma per resa dell’avversario, che non si consuma mai ma è come se fosse ormai definita. Mater Suspiriorum non porta un mazzo di chiavi che aprono qualunque porta, come la Madre delle Lacrime, ma porta una sola chiave, e non la usa. Allo stesso modo di come la depressione impone un’unica emozione di indifferenza e debolezza, che non ha uso, non serve, non apre niente. Una chiave unica che aprirà la sua serratura sempre meno, con sempre maggiore difficoltà.

Le persone “depresse” in questo senso possono anche essere ancora funzionanti in alcuni ambiti, come ad esempio nel lavoro, perché nella depressione non sempre tutte le funzioni rallentano nella stessa misura e con lo stesso impatto esterno. Per questo alcuni sono “morti dentro” pur sembrano da fuori normali. Proprio perché si tratta di una mancanza di speranza, di una perdita di energia, è facile che non traspaia da fuori, se non dagli occhi che spesso però si fanno sfuggenti e dalla minore spinta a comunicare. Il dolore “sospiroso” si rende invisibile agli altri, e rende la persona invisibile a se stessa, tanto che alla fine sembrerà di essere esistiti per sbaglio, e certamente di esistere senza scopo. Di solito queste persone dicono di riuscire a mettere una maschera di fronte agli altri, o a mantenere le funzioni che gli altri si aspettano da loro, cosicché gli altri si stupiscono poi a saperle depresse o sofferenti. Il fatto di nascondersi agli altri deriva anche dal sentimento di desolazione, che non spinge a pensare che possa essere utile chiedere aiuto o confidarsi, ma piuttosto costringe dentro una prigione emotiva, che la persona alla fine penserà anche di meritare. Anche nel riprendersi apparente, esteriore da una depressione può rimanere dentro questa desolazione, cosicché “vi sono alcuni che di fronte al mondo portano la testa alta come la renna superba, eppure in segreto hanno ricevuto il suo marchio sulla fronte”. Quel che si dice tecnicamente depressione residua, o depressione cronica, forme attenuate come intensità dei sintomi ma magari non come gravità della sofferenza emotiva.

 

La depressione sospirosa corrisponde alla malattia depressiva in generale, con i suoi sottotipi clinici di depressione ansiosa, rallentata, mascherata.

 

 

Parte I – Mater Tenebrarum

Veniamo alla terza figura della depressione, il terzo Dolore. E’ la più giovane delle tre, e “il suo regno non è grande, altrimenti non vi sarebbe più vita”. Il concetto richiama quello di Epicuro, secondo cui il dolore può essere intenso o durare a lungo, ma non tutte e due le cose insieme. Il massimo dolore quindi è una componente eccezionale della vita. I suoi occhi sono sopra le nuvole, eppure per quanto brillano sono comunque visibili come astri incombenti: essi esprimono “la fiera luce di un’ardente sofferenza, che mai non ha posa al mattutino o ai vespri, al mezzodì o a mezzanotte, alla marea crescente o alla marea calante”. Ella è contemporaneamente gigantesca e altissima, e quindi non si può evitare di vederla, ma è velata, per cui non si vedrà mai il dettaglio nitido del suo volto.

Mater tenebrarum è madre delle follie, e ispiratrice dei suicidi. Un dolore in movimento continuo quindi, una smania dolorosa intensa, che però sopravviene solo in momenti eccezionali, momenti che possono sconvolgere la mente e risultare letali. “Molto di affondano le radici del suo potere; ma ristretto è il numero di coloro su cui domina, poiché ella può avvicinare soltanto coloro la cui natura profonda è stata sconvolta da un’intima convulsione”. La Depressione agitata è il profilo psichiatrico di Mater Tenebrarum, altrimenti detta Stato Misto. Una depressione originata dalla natura profonda (il cervello determinato per genetica e struttura molecolare), e accelerata nei movimenti corporei e nei pensieri, che non lascia in pace, che rincorre dall’interno la persona.

C’è quindi un Dolore più potente di quello già apparentemente assoluto della Depressione rallentata, di Mater Suspiriorum, ed è il Dolore agitato. La depressione rallentata consegna la persona all’immobilità, la nasconde in un angolo buio, la tiene ferma dietro un muro. Ma non la tormenta per costringerla a muoversi, così come invece accade nella Depressione agitata, in cui la persona si trova lacerata tra il vuoto e la mancanza di speranza e l’istinto a muoversi per cercare una via d’uscita. Non a caso è questa depressione, quella agitata, più a rischio di suicidio che non quella rallentata. Non è la gravità dei sintomi depressivi a sfociare nell’auto-annientamento, ma l’agitazione combinata alla mancanza di speranza: il suicidio è una soluzione non tanto all’indifferenza e all’apatia (che rendono vita e morte uguali) ma alla smania di andare altrove per cercare una felicità impossibile in vita.

Il dolore agitato non entra a far parte delle vicende umane, non assume un significato, è una tempesta, travolge dall’interno le emozioni e i valori: se la depressione “dei sospiri” schiaccia le persone verso il basso, sul pavimento, e le inchioda sul fondo, la depressione “tempestosa” di Mater Tenebrarum le proietta verso l’alto, schiacciandole contro il soffitto e da lì oltre i confini delle stanze della vita. Un’immagine su tutte che rende l’idea, è il contrasto tra la testa alta sopra il cielo e rivolta verso l’alto, e il triplice velo che la ricopre (grandezza e disperazione). Nella depressione agitata c’è impulsività, di qualunque tipo, essa “ha moti imprevedibili, a scatti e con salti di tigre”.

 

 

Questa triade di figure descrive in maniera più efficace delle classificazioni ufficiali i tre tipi di malattie che comprendono sintomi depressivi: le reazioni depressive (il cui prototipo è il dolore della perdita) che si svolgono attraverso lacrime e passioni; il rallentamento (una perdita di quota emotiva e dell’energia vitale) che si esprime con sospiri e morte interiore, e la depressione agitata (una smania depressiva) che si svolge come un temporale senza scopo che tende a staccarsi dalla realtà. E’ facile che in questa depressione compaiano allucinazioni, deliri e che la “grandezza” delle emozioni o delle sensazioni sia per la persona insopportabile o infinita, oltre la capacità di trovare una sistemazione o un senso all’interno del mondo reale.

 

Mater Lacrimarum

Mater Suspiriorum

Mater Tenebrarum

Vola, si sposta, cammina con passi incerti ma eleganti

Non esce dalle sue stanze, si trascina con aria timida e furtiva

Si agita con moti imprevedibili, a scatti e con salti di tigre

Porta un diadema in testa

Non porta corona

Testa coronata di torri

Sguardo cangiante e enigmatico

Sguardo inespressivo

Sguardo fiammeggiante

Capo rivolto verso l’alto, in segno di sfida

Capo rivolto verso la terra

Capo rivolto verso l’alto ma coperto da un triplice velo

Geme e piange continuamente

Non parla, sospira a intervalli, brontola in disparte

 

Perdita, ferita, ribellione

Desolazione, sconfitta, rinuncia

Desiderio di morte, incontenibilità

Il suo regno più vasto

 

Il suo regno più piccolo

Tocca tutti, ha le chiavi di ogni casa

 

Tocca solo alcuni, entra sfondando le porte

Può affliggere chiunque, per breve o lungo tempo

 

Affligge menti predisposte, non resta a lungo o porta alla morte

La primogenita

 

La più giovane

Lutto, reazione depressiva

Depressione maggiore “rallentata”, depressione maggiore “ansiosa”

Stato misto depressivo, depressione agitata, mania mista (Disturbo Bipolare)

Vita ferita

Vita ferma

Desiderio di morte

Nota 1. Si riportano nelle ultime due righe i corrispettivi psichiatrici e la dimensione "esistenziale" più vicina a ciascuna delle figure.

 

Si rimanda al link per la colonna sonora del film Inferno, di Keith Emerson, con una canzone dedicata al mito delle tre madri http://www.youtube.com/watch?v=z0-L2rghcb8