In questo film di Scorsese, interpretato da De Niro, si uniscono due sindromi psichiatriche. Una è il classico disturbo bipolare e l'altro è il più recente "stalking". De Niro interpreta un aspirante comico, una persona probabilmente sola e a carico della madre, che vive assorbito dal suo progetto di sfondare nel mondo dello spettacolo. Ha un idolo che considera suo maestro, Jerry Langford, un comico televisivo più che affermato che tiene un suo show in prima serata.
Rupert, così si chiama il tipo, oscilla tra l'idea di essere ospitato e quella di sfondare oscurando addirittura il suo idolo, e per questo cova un sentimento misto di ammirazione e devozione e di competizione. Sogna ad occhi aperti, sogna scene in cui i due parlano alla pari: il passo è breve da sognare che il suo nastro dimostrativo che ha inviato allo staff del programa sia accettato con entusiasmo, al sognare che presto sarà lui a condurre lo show, e il famoso Langford diventerà se mai suo ospite. La sceneggiatura riproduce bene l'alternarsi di scene vissute, sempre più "contrarie" al sogno (viene trattato con sufficienza, il nastro è considerato scadente, Langford non lo riceve, in un'occasione lo liquida con frasi di circostanza) - e deliri veri e propri sempre più lanciati verso l'olimpo della comicità. Così, la persona in preda ad una fase manicale psicotica si chiede perché visto che la sua realtà è positiva, i riscontri siano negativi: all'inizio punta il dito su chi si frappone, i mediocri invidiosi che non vogliono capire: Langford gli ha già praticamente fatto capire che è un nuovo "re" della comicità, lui ha già visto il suo futuro, e una stupida segretaria lo respinge come uno qualunque...Alla fine si propone al suo idolo, cioè va (questo è il vero passaggio delirante) a verificare la sua realtà, e dopo essere stato allontanato con le cattive ed essersi letteralmente intruso quasi "non potesse credere" che la realtà non era come lui la "prevedeva", decide per una soluzione drastica. Rapisce Langford con l'aiuto di una complice, che condivide con lui la passione per l'uomo, e chiede come riscatto di essere ammesso come ospite speciale nella puntata della trasmissione tv. Lo ottiene. Nell'epilogo se la caverà con poco e scriverà un libro sulla sua esperienza.
La figura di Rupert comprende alcune "forme" della bipolarità: il culto della personalità di un altro spinto fino allo stalking, con l'ambivalenza amore/odio, come di un Dio che o ti aiuta, o lo maledici perché ti ha tradito. L'esaltazione per quanto ruota intorno al "famoso", al broadcasting, l'essere moltiplicato tramite i mass media, amplificato, imposto all'attenzione di tutti. Il sogno ad occhi aperti che sconfina nel delirio, si vive "come se" il sogno fosse vero, e si agisce di conseguenza, sapendo razionalmente che non lo è, ma con quello che si dice un "sentimento di realtà" positivo. Il paziente in fase maniacale può presentarsi sotto casa di vecchi amici o vecchi amori perché "sente" che si aprirà una nuova fase, come fosse un veggente, o un profeta, e quindi anticipa i tempi, aspettandosi che la realtà segua la sua "visione". Se questo non succede non di rado si passa ad una fase di fissazione, di ossessione, di stalking. E' proprio quello che succede nel film, dove Rupert, mentre progetta il suo successo, rimorchia una sua ex compagna di liceo che gli era sempre piaciuta, e gli racconta storie fasulle su quanto ormai sia introdotto nel mondo della tv. In una scena chiave, gli fa vedere il suo libro di collezione di autografi, e poi si vanta di essere praticamente "amico" di tutti i divi che gli hanno fatto l'autografo, in una ingenua contraddizione che desta imbarazzo nella ragazza, nello spettatore, ma non in lui. La bugia maniacale non è sempre delirio, il più delle volte è proprio bugia, ma una bugia "bianca" come si dice in inglese, cioè benigna, che la persona dice perché pensa che non conti, che comunque la verità, la realtà siano nelle sue mani, che in fondo se non è vero oggi lo sarà domani, oppure se una cosa non è vera oggi è utile e giusto che però sia creduta vera. Lui si sente nel giusto, destinato al successo, la realtà di adesso è solo un passaggio, insignificante, verso una certezza futura tutta "in rosa". In fase maniacale c'è resistenza ai segnali opposti, e qui siamo spesso già nel delirio: non lo accettano nello show, strano perché il capo glielo aveva promesso (nel suo sogno), per cui le segretarie non lo prendono sul serio, lo fanno cacciare via dalla sorveglianza, quindi esiste un complotto per impedire che il capo sappia che lui è lì, il capo stesso mostrano di non voler avere niente a che fare con lui, ed ecco che l'unica spiegazione è che anche lui non sia una persona seria, si è rimangiato la promessa (mai fatta), o meglio non ha fatto la promessa che avrebbe dovuto fare (secondo il delirio di grandezza).
Questi tratti, quando sono sfumati e senza particolari comportamenti, possono benissimo descrivere un disturbo di personalità narcisistico, o istrionico. La solitudine non deve stupire, perché il bipolare ha fasi di grande popolarità ma nel tempo tende a isolarsi, perché i rapporti facilmente si rovinano o non durano. Certo, si rinnovano, ma questo riciclo non è sempre efficace. L'alter ego femminile di Rupert è la complice che lo aiuta a rapire Langford, anche Lei invaghita del comico in maniera psicotica, con l'idea assoluta che tra loro "ci sia" una storia, nel senso che se non c'è ci dovrebbe essere, e comunque è come se ci fosse: se lui la rifiuta evidentemente è per vergogna, per classismo, o per ottusità. Insomma anche in questo caso lui non l'ama, ma "siccome l'ama" (presupposto delirante gratuito) questo suo atteggiamento è solo un ostacolo e non la verità.
Nel finale geniale del film, l'unica cosa certa è che quattro battute per il grande pubblico può farle anche un soggetto mentalmente alterato, per cui nell'anormalità totale l'unica cosa che riesce a "reggere" è una comparsata nello show. Polizia fuori, grande agitazione per ciò che si teme possa succedere, in realtà è un comico come un altro. Nella omologazione televisiva, insomma, anche ciò che è considerato folle e pericoloso diventa proponibile e normale, e in questo non siamo lontani dagli esempi di televisione del dolore, o della tragedia. Lo spettacolo assorbe tutto e lo riduce al suo "nulla".
A parte questa trovata finale, la figura del bipolare in fase maniacale cronica, esuberante ma solo, con deliri megalomanici vissuti nella cameretta della casa materna, e con la "pseudologia fantastica" (il mondo immaginario sognato e raccontato) è un personaggio più che riuscito. Così come la visione "dall'interno" che ha il soggetto bipolare della sua malattia, cioè "meglio re per un giorno che nullità per tutta la vita", che è il contrario della visione del medico, nel senso che quel "re" per un giorno è l'origine e lo snodo delle disgrazie del bipolare, e non corrisponde a corone, allori o trionfi, ma a salti nel buio, illusioni e guai.