La ricerca della perfezione, dei perché, della compiutezza e della sicurezza sono proprie di una certa inclinazione del cervello, detta “ossessiva”, che produce nel tempo più angoscia e dispendio di energie che soluzioni concrete. La perfezione, la conoscenza di tutto o dell’essenza dalle menti ossessive è considerata l’ideale da raggiungere, il tesoro da spendere poi nelle scelte di tutti i giorni e nelle decisioni. In realtà, fuori dal punto di vista (inconcludente) delle ossessioni, la perfezione e il potere di conoscere le cose al di là di ogni dubbio o di ogni angolo buio, non sono visti come doni, ma come un modo rischioso e dannoso di vedere la realtà.

Nei miti greci, ad esempio, l’uomo che voleva arrivare al punto di vista degli Dei, avere la conoscenza massima, perfetta, la certezza innata di tutto, era considerato un uomo blasfemo, uno che osava troppo e perdeva di vista i propri limiti. Era un modo per comunicare, senza dirlo, che chi vuole la perfezione rischia di dover “pagare” a questo bisogno di perfezione un prezzo alto, senza aver concluso nulla.

Nelle ossessioni accade qualcosa di simile. Chi insegue l’oggetto della sua ossessione, che sia sull’aspetto fisico, sulla conoscenza, sul modo di placare le paure, sul capire quale siano le scelte giuste da fare, etc… rischia di spendere la vita in questo tipo di ragionamenti, e di perdersi il meglio per pensare a cosa e dove sia questo “meglio”.

Ci sono due esempi di storie che rendono bene l’idea. Uno è la storia della “maledizione del ciclope” come la chiamo io, spiegata in un film fantastico dal titolo “Krull”.

I ciclopi sono esseri con un occhio solo, che vivono solitari e malinconici, come se dovessero attendere la fine della propria vita scontando una pena, o senza più uno scopo. Un tempo erano una stirpe di guerrieri potenti, che proprio per questa loro potenza sognavano di divenire uguali agli dei. Quello che gli dei non avevano, e che rendevano gli dei invincibili rispetto al più forte guerriero della terra era la conoscenza, la capacità di leggere il futuro (che è di per sé uno dei sogni del pensiero ossessivo, sapere prima come andranno le cose, quale scelta è giusta etc…). Così, i ciclopi proposero agli Dei un patto: la conoscenza divina a qualsiasi prezzo. Gli Dei finsero di accettare, e chiesero loro in cambio un occhio. Così i ciclopi rimasero con un occhio solo, ma gli Dei, per punire la loro superbia, regalarono loro soltanto un po’ di quella conoscenza divina che tanto sognavano. L’unica cosa che avrebbero saputo in anticipo era il momento della loro morte.  Da allora i ciclopi vissero con questa conoscenza, tanto esatta e divina quanto inutile e fonte di infelicità.

L’altro esempio è la trama del film Zeder diretto da P.Avati. Si racconta che esistano dei terreni speciali (terreni k) in cui i morti possono ritornare in vita. Uno scrittore si interessa alla leggenda, e poco a poco è assorbito dal desiderio di scoprire il segreto dell’immortalità. In realtà i “resuscitati” non sono propriamente uomini tornati alla vita, e forse una mostruosità è quello che si cela in questi terreni k, più che il segreto della vita eterna. Ironia della sorte, il protagonista perderà la donna amata in questa vicenda, e non potrà fare a meno, come tutti gli altri, di provare a riportarla in vita su un terreno k. Della vita eterna non rimane altro che un’illusione e un crudele contrappasso, in cui le ossessioni che hanno “ucciso” la vita vera rimangono l’unica consolazione su cui continuare a illudersi, per non dover ammettere la sconfitta.

Quindi il regalo più brutto che dei concetti ossessivi è il tempo e le energie che rubano alla vita. In più, chi si dedica alle ossessioni riuscirà soltanto a ingigantire l’idea di essere brutto, inadeguato, limitato, inferiore, fallito, imperfetto, incapace di prender decisioni, di aver sbagliato, di non sapere cosa fare. Le terapie di qualsiasi tipo contro le ossessioni non mirano a demolire i concetti, ma partono dall’idea che questi concetti (bellezza, perfezione, idealità) sono già un prodotto di un pensiero ossessivo. E’ giusto cercare la perfezione, ma è la perfezione che non è giusta. E’ evidente che chiunque vuole il meglio, ma è il meglio che non deve essere incluso tra le scelte. Tutti vorrebbero sapere cos’è più giusto fare, ma le decisioni non si prendono su questa base.