Si narra che una giovane dama si fosse innamorata di un cavaliere. Quando questi partì per la guerra, lei si scoprì incinta e ne attese il ritorno. Il cavaliere però, vinta la guerra, non torno dalla sua dama, e continuò a girare il mondo in cerca di fortuna. La donna allora partorì e uccise il bambino, in dispetto all’amante che l’aveva abbandonata.

Questo la condannò ad un destino di solitudine e rimorso. Da sola, si segregò in una grotta infestata da un ragno gigante, che le costruì attorno una tela spessa e solida, fino a rinchiuderla in un bozzolo sospeso in alto al centro della grotta, tra i rami della tela. Dentro la donna avrebbe vissuto per il resto della sua vita, sempre vestita a lutto, e la sua protezione contro il ragno sarebbe stata una clessidra magica, con cui avrebbe continuato a scandire il tempo fino alla sua morte. La dama diviene così la “donna della tela”, da cui chi osa può andare per farsi leggere il futuro, avendo soltanto un giro di clessidra di tempo per andare e uno per tornare dal bozzolo dove vive la maga. Chi fallisce, è aggredito e divorato dal ragno.

Questa fiaba (di cui ignoro la fonte originaria) è raccontata e rappresentata in un film fantastico dal titolo Krull. La figura della dama ricorda molto quella della depressione. Una persona che si segrega da sola sotto il peso di colpe o fallimenti che ritiene di dover scontare. La depressione crea la colpa e la penitenza al tempo stesso. E’ come una prigione in cui il tempo a venire è vissuto solo come un tempo vuoto di felicità che ancora separa dalla fine. Il mondo, mostruoso, è chiuso fuori come fosse un ragno velenoso in agguato. La dimora sicura è soltanto una tana assediata dai mostri. Tutto ciò che resta è una clessidra da girare per cercare di tener lontano il ragno, almeno finché non dovrà per forza venire vicino, allo scadere ultimo del tempo.

La persona depressa spesso imbocca un vicolo cieco, che visto da dentro la depressione sembra appunto solo un rifugio inevitabile, e magari anche meritato. Un destino, a cui non c’è che da rassegnarsi, e che si può soltanto rendere meno crudele minuto per minuto (controllando l’ansia) ma non modificare nel suo significato generale. La prospettiva della depressione è appunto ingannevole, perché è un sintomo della depressione stessa: la colpa, il senso di fallimento assoluto, l’idea di in guaribilità e di immutabilità di un destino ostile, sono tipicamente prodotti di un umore depresso.

Le persone che si trovano di fronte a situazioni disperate di solito non assumono questo tipo di atteggiamento, ma cercano di spremere al massimo il punto di vista ottimistico, o quantomeno di evitare di pensare al male inevitabile. La “chiusura” degli orizzonti, l’allucinazione di essere dentro una grotta assediati da un ragno gigantesco, e di esserlo in fondo per propria colpa, è un’illusione depressiva. Lo è proprio sembrano invece una verità, un ragionamento basato sui fatti, una conclusione oggettiva sulle proprie disgrazie e sfortune. Il depresso pensa “non posso uscirne” così come la donna della tela, pensa che “il suo destino.

Le persone non si rifugiano nella depressione, la depressione si rifugia nella depressione, per un meccanismo “a salone degli specchi”, e la persona scambia il mondo esterno con l’immagine depressiva che il suo cervello produce. Nei casi più gravi questo mancato riconoscimento della depressione come prodotto del cervello genera dei veri e propri deliri (cioè convinzioni non solo non realistiche, ma infondate e illogiche) sull’esistenza di situazioni negative, irrimediabili, disastrose o incombenti.

La fuoriuscita dalla depressione deve pertanto cominciare dalla cura del cervello, perché ciò che è fuori, in questa malattia, è prima di tutto il prodotto dello stato del cervello. Anche quando c’è stata una apparente causa, le cose non cambiano: se lo stato del cervello è depresso si innesca questo meccanismo di “auto-segregazione” che fa sentire distanti anni luce dalla felicità e prigionieri di un mondo ormai ostile.