Nella novella “the outsider” di HP Lovecraft si narra di un uomo, prigioniero senza tempo né memoria di una specie di torre chiusa. Non ricorda da quanto tempo è là dentro, né come vi è finito, né perché, percepisce solo la distanza di quella sua situazione da quel che era un tempo.

Un giorno si decide a studiare meglio quella situazione disperata, come risvegliandosi da un sonno profondo, e scopre che in alto sembra esserci una luce, forse una finestra. Così dopo vari tentativi riesce a inerpicarsi lungo le pareti e a fatica raggiunge quell’apertura, che è effettivamente una finestra. Fuori è buio, non di distingue niente, e l’uomo cerca a tentoni di trovare un appiglio per scendere giù dalla parete esterna. Con sua grande sorpresa trova un piano, fatto di terra, e si rende conto che non è uscito dalla cima di una torre, ma dalla sommità di un pozzo, scavato sotto nel pavimento di una casa. Sempre stupito guadagna quindi il terreno ed entra nella casa: nel camminare si imbatte in una figura terrificante, da cui si sente incuriosito, e che cerca di toccare allungando le mani. Così facendo, scopre di avere di fronte uno specchio.

La similitudine con la depressione è abbastanza semplice. Un pozzo profondo in cui si è prigionieri, distanti dalla normalità del mondo che continua a vivere. Lo sforzo per fare le cose normali è immenso, come quello di scalare fino in cima una torre alta. Toccare terra significa, per un depresso, risalire da un fosso in cui è incastrato. Perché allora il depresso comunque non lo fa, perché non si sforza ? L’atteggiamento depressivo non favorisce la risalita, ma anzi tende a raggiungere profondità tali da non vedere più neanche la luce. Il depresso spesso si sente più tranquillo a pensare che il mondo non esiste più, e non vuole più niente da lui, piuttosto che sentirsi chiamato a partecipare a una vita che sente pesante, estranea e dolorosa. I familiari e gli amici spesso insistono con il depresso perché esca, reagisca e così via, ma è esperienza comune che il depresso, se portato “per forza” a misurarsi con il mondo che gli incute ansia e timore, reagisce in maniera depressiva, e può anzi sentirsi disperato, di fronte all’immagine della sua disgrazia e della sua “estraneità” al mondo. Così come il protagonista, che dopo aver scalato la torre/pozzo, si trova di fronte allo specchio e si vede mostruoso, così il depresso vede se stesso anche se incoraggiato e messo in condizioni favorevoli.

La cura non deve ripercorrere l’errore della scalata della torre. La terapia fa crescere la persona, cosicché anziché dover scalare il pozzo riesce semplicemente a alzarsi fino a toccarne la cima e a uscire senza troppa fatica. Così facendo, si evita anche che, dopo tanti sforzi, ci sia poi il trauma di un’immagine di sé mostruosa restituita dall’ambiente. Il depresso curato riuscirà a uscire perché la profondità scomparirà, e vedrà di sé un’immagine normale. Questi non sono i presupposti per uscire dalla depressione, perché non c’è modo di far sentire un depresso fuori dal pozzo o di fargli percepire un mondo accogliente e pieno di buoni riflessi. Sono invece gli effetti di una cura, che annulla dall’interno l’illusione depressiva del pozzo.