Prendo spunto da un libro uscito (credo) di recente, dal titolo "Quiet - Il potere degli introversi, in un mondo che non sa smettere di parlare" Susan Chain. Il libro fa il punto su una questione che in effetti riguarda molti pazienti con personalità ansiose o con disturbi d'ansia, cioè il rapporto tra autostima ed estroversione.

Gli estroversi hanno di sé un'opinione generalmente alta, o non ne hanno alcuna, ma istintivamente si pongono alla pari degli altri, o si impongono sugli altri, anche senza alcuna volontà di prevaricazione, semplicemente per istinto. Gli estroversi parlano di più, si esprimono in maniera più clamorosa, più empatica, cioè non fanno fatica ad allinearsi con il modo di esprimersi e di sentire delle maggioranze, e quindi riescono facilmente a catturare positivamente l'attenzione, a farsi "leader" o animatori di piccoli gruppi, a creare iniziative o orientare le scelte del gruppo.

Gli introversi non hanno questo tipo di atteggiamento, cosicché spiccano di meno, si esprimono in maniera più articolata, spesso più profonda, ma anche meno immediata. Hanno meno verità da tradurre in slogan, meno conclusioni assolute, e quindi i pensieri degli introversi necessitano di essere studiati più a fondo, è improbabile che si possano tradurre in slogan immediati.

Gli estroversi amano esibirsi, o comunque non ci trovano niente di anomalo, per cui utilizzano al massimo le proprie potenzialità: quel che pensano lo esprimono, esibiscono le proprie capacità e tendono a competere.

Gli introversi invece, a parità di capacità, tendono a esprimersi di meno, o in maniera più privata, senza esibirsi, magari evitando le competizioni o i confronti che temono. Come conseguenza di questa differenza di comunicazione molti introversi brillano inizialmente di meno, o convincono di meno, o non riescono a "sfondare", il che è per loro come sarebbe per chiunque demoralizzante. Gli altri (e in particolare gli altri estroversi) possono pensare che questa introversione equivalga a scarsità di idee, spunti, atteggiamento asociale o scarso "fegato". Come dire, l'introversione giudicata con il metro dell'estroversione.

In un mondo centrato sulla comunicazione inoltre, l'introverso è costretto letteralmente a partecipare ad una arena di comunicazione, reale o virtuale, che esaspera le differenze tra introversione e estroversione, a favore della seconda. Chi appare esiste, per cui l'introverso esiste di meno. Quel che esiste è prevalentemente fatto da estroversi, e moltiplicato per i canali dell'estroversione, e quindi gli introversi si trovano a doversi confrontare in partenza con modelli, canali espressivi e riferimenti che sono "da estroversi". Anche se non li approvano o non hanno niente da dire rispetto ad essi, sono costretti a misurarsi con essi.

Tutto ciò alimenta la falsa convinzione che chi è introverso abbia una "bassa stima di sé", mentre invece questo tipo di convinzione crea un tema di bassa autostima. La differenza fondamentale è che stima di valere "poco" non sempre ne fa un problema, e anzi si allinea spontaneamente in ruoli e situazioni che si confanno a prestazioni ridotte. Chi invece soffre di ansia, fobie, ossessioni tende ad avere un'idea di sé normale, spesso alta, ma a temere di non riuscire a aver successo. Altrimenti, sa che ogni sfida comporterà comunque uno sforzo, soprattutto mentale, per riuscire a vincere i propri timori o i propri dubbi, cosicché tende ad agire solo in condizioni favorevoli, quindi poco spesso.

L'introverso può quindi ritenersi una persona di qualità, ma soffre per non essere "di quantità". Bisogna distinguere in questo caso quando la sofferenza è dovuta ad un "blocco" rispetto a obiettivi che invece darebbero soddisfazione alla persona, e che quindi val la pena eliminare; e dubbi e insicurezze relative al solo confronto con il modello estroverso, che invece può essere risolto con altre soluzioni.

Ad esempio, l'introverso, cresciuto in un mondo di estroversi, tende a divenire fobico e oltremodo incerto, e va quindi abituato a "difendere" e "imporre" la propria introversione, che spesso ne esalta la qualità di fondo, anziché snaturarla. In altre parole, forzare un introverso alle modalità di espressione estroverse può dare una soddisfazione immediata, ma questo andrebbe orientato a partire e verso le capacità e gli interessi dell'introverso, e non a seconda delle "mode" o delle preferenze degli estroversi che lo circondano.

Inoltre, i vantaggi dell'introversione dovrebbero sempre essere discussi, contrastando l'idea di fondo che il punto di arrivo della natura e delle terapie debba essere "l'ideale estroverso". In quest'ottica, un introverso curato si sentirà comunque sempre normale ma sbagliato di fondo, anziché pronto per realizzare appieno il suo potenziale. Un individuo liberato da una fobia pretenderà quindi di agire da estroverso, anziché da introverso non più "bloccato", e questo lo porterà paradossalmente a ritardare i suoi successi sociali e personali. Esistono infatti canali di espressione "da introversi" e "da estroversi", e in persone che non sono "bloccate" più da fobie e ossessioni o depressioni, è importante che i canali da sviluppare siano consoni alla propria personalità (e identità) di fondo.