Tra le varie sindromi depressive ve n’è una che ha ispirato e ispira scrittori, poeti e cantautori. La “noia” è un sentimento normale, che segna situazioni di esaurimento dell’entusiasmo o di assenza di stimoli.

La differenza che passa tra la noia normale, la noia-intervallo, dalla noia-stato depressiva è la stessa che può passare tra la stanchezza che spinge al riposo, e permette così di rigenerarsi, alla stanchezza che deriva dall’incapacità di riposarsi.

Nel disturbo bipolare, specie quello minore, la configurazione del cervello è tale che i momenti di felicità tendono a essere particolarmente “slanciati” e a sollecitare una contro-oscillazione spontanea verso stati di “congelamento” emotivo.

Fasi di euforia, fasi di depressione, in un’altalena. Le fasi depressive nel disturbo bipolare spesso non sono degli stati di “esaurimento”, cioè di perdita delle funzioni, ma di “magnetizzazione” verso un polo opposto.

Così come nella fase euforica sembra di essere calamitati verso eventi nuovi, positivi e definitivi per la nostra realizzazione, così nella fase depressiva questa calamita diventa respingente, e ci si sente non solo scarichi, ma come frenati, tirati verso il fondo, respinti da un vento che soffia contrario.

Questo vale sia per le energie percepite fisicamente, che per la velocità del pensiero e la facilità di produrre idee, iniziative e di passare dalla voglia di fare all’azione vera e propria. Proprio per questo il tema centrale del depresso bipolare non è “essere spento”, ma “non riuscire a trovare stimoli”, “non riuscire a realizzare quello che potrebbe fare”, il che significa che i desideri, gli impulsi e i sogni non sono oscurati, ma ingabbiati.

Il depresso bipolare sbatte contro le pareti della gabbia come una mosca contro il vetro, mentre in altre depressioni prevale l’immobilità, il letargo, l’indifferenza.

Anche la “noia” bipolare è quindi uno stato di “noia inquieta”, di “noia che lacera”, che agita. Renato Zero non a caso parla di “Emergenza Noia”, a significare uno stato agitato di chi è in preda a questo sentimento, e non si limita ad esserne sopraffatto ma annaspa cercando di uscirne.

La noia nella sua canzone è descritta come quel sentimento che “ogni voglia spazza via”, quindi non semplicemente l’assenza di voglie, ma l’aborto delle voglie, come il sasso di un desiderio gettato in un pozzo senza fondo. La noia si mangia le voglie, i sogni, le inghiotte nel nulla, le fa morire in corsa.

Questo è un aspetto che evidenzia in una famosa canzone anche Franco Califano, “Tutto il resto è noia”. In questa canzone si racconta l’esperienza bipolare del piacere che nel tempo diventa più corto, meno soddisfacente, e sempre più in continuità con il suo contrario. Il contrario del piacere non è l’assenza del piacere, il non aver goduto, ma l’aver perso il piacere, una privazione di ciò che aveva riempito i nostri cuori e i nostri cervelli.

La noia è un “risucchio” che tiene il cervello sottovuoto e impedisce di fargli provare godimento. Per questo l’amore, il successo e ogni altro tipo di soddisfazione sono descritte come troppo brevi, fino a non valere più la pena dello sforzo che è necessario per conquistarle. Nella depressione bipolare è esperienza comune che il piacere non è abolito sempre e comunque, ma va a sprazzi, e dura poco, come se appena inizia ad accendersi si spengesse subito sotto il soffio di un vento contrario. Si può accendere una fiamma più forte, ma dura poco lo stesso.

La descrizione forse più compiuta è data da Vasco Rossi nella canzone “La noia”. La noia è una situazione che all’inizio fa capolino, e chi la prova ne vuole uscire di corsa, buttandosi a capofitto nei piaceri della vita, perché se il destino è quello di finire nella noia almeno ci finiremo dopo aver “bruciato tutto”. La tattica del bipolare è appunto il rilancio, nell’illusione di ritardare la noia definitiva, una rincorsa contro la noia.

Arriva poi una fase depressiva, facilitata dalle euforie precedenti, e arriva anche prima di quanto ci si attendeva. Non solo sembra di essersi bruciati, ma sembra di essersi bruciati anche presto. In questo spasmo tra la fuga dalla noia e la ricaduta nella noia c’è una tensione tutta tipica del disturbo bipolare. Nel testo di Vasco Rossi la depressione è definita così “e che l’infinito, è strano ma per noi, sai, tutto l’infinito che finisce qui”. La contraddizione tra la prospettiva di infinito e una fine che invece è già qui è quella tipica del disturbo bipolare. Un infinito promesso durante le fasi euforiche, una fine concreta sotto gli occhi nelle fasi depressive.

Ma sia infinito che fine sono solo due poli magnetici: in un caso uno slancio illusorio, una proiezione che si vede davanti, e che fa sentire destinati ad una infinita scalata di soddisfazione e di piacere; nel caso della depressione, uno slancio in basso, che schiaccia contro il pavimento e tiene schiacciati, frustrando i nostri sforzi di pensare positivo o di concepire la minima iniziativa. A differenza della noia, che si supera aspettando che finisca, o facendo qualcosa per

cambiare, la noia depressiva è una “tentazione” di allontanarsi dal piacere, non una semplice attesa passiva di qualcosa si stimolante. L’annoiato bipolare si taglia fuori, evita, si chiude in casa attendendo che capiti qualcosa, mentre l’annoiato normale si mette sulla soglia ad attendere.

Nella noia normale contano le cause esterne: non capita niente, quindi l’umore è spinto in basso. Nella noia bipolare l’umore è il motore fondamentale, e l’umore cambia i connotati al mondo circostante, facendolo percepire come “noioso”, vuoto. Il piacere che rimane è fuori dalla realtà, nel passato, ed è percepito o come perduto, o come troppo lontano, o come impossibile.

Per questo la cura del disturbo umorale è fondamentale nel migliorare il ritorno ad un rapporto di piacere con l’ambiente, mentre l’idea che l’ambiente debba cambiare per essere di nuovo stimolante crea soltanto altri cicli di stimolazione-depressione, oppure cronicizza l’idea che la parte piacevole della vita sia ormai tramontata.