Il disturbo borderline di personalità è una condizione cronica caratterizzata da una notevole impulsività e da una pervasiva tendenza all’instabilità dell’immagine di sé, delle relazioni interpersonali, delle emozioni e dei sentimenti (affetti). Si tratta di un’organizzazione psicologica e di un corrispondente stile interpersonale in grado d’interferire pesantemente con il benessere e con le capacità di adattamento. Come gli altri disturbi di personalità, ha inizio in età giovanile, ha un andamento cronico e si presenta in una varietà di contesti.

Per poter effettuare la diagnosi, in linea con i criteri del DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dell’American Psychiatric Association, edizione 2013), sono necessari almeno 5 dei seguenti criteri diagnostici:

1. Disperati tentativi di evitare un abbandono reale o immaginario. 2. Relazioni interpersonali intense e instabili caratterizzate dall’alternarsi di livelli estremi di idealizzazione e svalutazione degli individui con cui si è in relazione. 3. Disturbi del senso d’identità: immagine e senso di sé marcatamente e persistentemente instabili. 4. Impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per l’individuo (ad esempio, acquisti, sesso, uso di sostanze, guida spericolata, abbuffate); 5. Ricorrenti comportamenti suicidari, gesti, minacce (di) o comportamenti autolesivi. 6. Instabilità affettiva dovuta ad una marcata reattività dell’umore (ad esempio, intensi episodi di disforia, irritabilità o ansia che durano poche ore e, solo raramente, pochi giorni); 7. Sentimenti cronici di vuoto; 8. Rabbia intensa e inappropriata o difficoltà nel controllare la rabbia (ad esempio, frequenti manifestazioni d’ira, rabbia costante, risse ricorrenti); 9. Ideazione paranoide transitoria e connessa allo stress o intensa sintomatologia dissociativa.

Si stima che il disturbo borderline di personalità (BPD) colpisca una percentuale di individui nella popolazione generale compresa tra 1,6% e 5,9%.

Uno dei contributi all’instabilità emotiva e relazionale potrebbe essere connesso alle modalità con cui questi soggetti tendono a interpretare la mente dell’altro (“Mindreading”), ossia le intenzioni, i desideri, gli stati affettivi ed i pensieri che ne ispirano l’azione; si tratta di un insieme di capacità indispensabili per poter comprendere il senso psicologico dei comportamenti altrui e le intenzioni degli altri nei nostri confronti e, dunque, consentire l'adattamento degli esseri umani al loro ambiente relazionale e sociale. 

Un gruppo di ricercatori (Frick C et al., 2012, articolo pubblicato sulla rivista PLOSone) ha sottoposto a risonanza magnetica funzionale dell’encefalo (fRMN) soggetti borderline e normali, durante l’effettuazione di un test denominato “Read Mind in the Eyes Task”, in breve RMET. La risonanza magnetica funzionale dell’encefalo è una tecnica di visualizzazione del livello di attività funzionale delle varie aree del cervello; essa viene spesso impiegata nella ricerca neuroscientifica per valutare quali aree risultino attive (o ipoattive) durante l’effettuazione di una data operazione mentale, per dedurre, dalle immagini così ottenute, quali regioni del cervello abbiano un ruolo nella fisiologia di quella determinata operazione. 

Il “Read Mind in the Eyes Task”, invece, è uno dei test più diffusi tra quelli costruiti per misurare la capacità degli individui di leggere le intenzioni e lo stato emotivo dell’altro. Nel caso di questa prova, gli individui sono chiamati a indovinare il “senso” dello sguardo di attori che interpretano stati affettivi e intenzionali e che sono esposti ai soggetti testati attraverso la presentazione di foto del solo settore superiore del volto. I processi psichici coinvolti nel rispondere ai quesiti del test avrebbero a che vedere con il primo stadio del processo di attribuzione degli stati mentali, ossia la decodifica, inconscia, rapida e automatica, del “linguaggio” degli occhi, senza la deduzione successiva (più cognitiva e riflessiva) dei contenuti mentali.

I risultati della ricerca citata possono considerarsi quasi controintuitivi. I soggetti affetti da BPD sono stati in grado di discriminare meglio e più velocemente gli affetti alla base degli sguardi presentati durante la prova. La maggiore sensibilità di questi soggetti ha avuto la sua corrispondenza a livello neurofisiologico (rilevata con la risonanza magnetica funzionale) in una maggiore attivazione dell’amigdala, della circonvoluzione frontale mediale e di alcuni settori del lobo temporale. I soggetti sani di controllo, invece, hanno mostrato una maggiore attivazione dell’insula durante la prova.

Questa prova sembrerebbe dimostrare una maggiore vigilanza dei soggetti BPD agli stimoli sociali. Tale ipersensibilità può indicare una maggiore tendenza a empatizzare con gli stati affettivi degli altri, ma potrebbe anche essere motivata dalla cronica aspettativa, radicata nel cervello sociale di questi soggetti, di un comportamento incoerente, minaccioso o nocivo dell’altro nei loro confronti. Tale fronte di aspettative potrebbe, infatti, far accrescere, difensivamente, il livello di guardia rispetto agli stimoli di natura sociale e l’attenzione con cui viene operato il monitoraggio delle emozioni e delle intenzioni altrui. Si potrebbe anche ipotizzare che la prima fase del processo mentale di attribuzione funzioni piuttosto bene in questi soggetti, ma che la successiva fase “deduttiva” (quella più cognitiva, ossia riflessiva) dei contenuti mentali dell’altro sia alterata a causa dell’instabilità affettiva e della natura delle aspettative sociali di cui si è detto.

L’alta frequenza con la quale vengono riscontrati, nella storia personale dei pazienti BPD, importanti traumi nelle relazioni interpersonali potrebbe spiegare, almeno in parte, il radicamento delle aspettative negative rispetto ai rapporti umani che connota questi soggetti. Esse influenzano i vissuti e il comportamento del soggetto interferendo con le sue percezioni, reazioni emotive ed elaborazioni cognitive riferite a episodi significativi d’interazione con l’altro. Tali aspettative tendono a manifestarsi con maggiore evidenza proprio nei rapporti caratterizzati da un grado maggiore d’intimità e affettività.

L’ipervigilanza nei riguardi degli stimoli sociali e la capacità di discriminare lo stato affettivo dell’altro potrebbero svilupparsi gradualmente come un tentativo di adattarsi al cronico senso di vulnerabilità e di minaccia vissuto nelle relazioni interpersonali. La vigilanza sembra offrire una maggiore sensazione di controllo e potrebbe anticipare la lettura d’intenzioni malevole da parte dell’altro; dall’altro lato della medaglia, tuttavia, il colore e il segno di tali aspettative potrebbe rendere tendenziose (specialmente in condizioni di stress) le letture del significato del comportamento altrui, spingendo a interpretare gesti neutrali, o addirittura benevoli, come aggressivi o ingannevoli. Tale attitudine potrebbe essere alla base dei tratti visti in alcuni criteri diagnostici come quelli descritti nei punti 2, 8 e 9.

 

Biblio-sitografia

http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0041650

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, fifth edition, DSM-5.

Baron-Cohen S, Wheelwright S, Hill J, Raste Y, Plumb I (2001) The ‘reading the mind in the eyes’ test revised version: a study with normal adults, and adults with Asperger syndrome or high-functioning autism. J Child Psychol Psychiatry 42: 241–251. doi: 10.1111/1469-7610.00715

Nigg T et al., (1992) Malevolent ogject representations in borderline personality disorder and major depression. J Abnorm Psychol. Feb; 101(1): 61-7

Westen D et al. (1990) Object relations and social cognition in borderline, major depressives, and normal: A Thematic ApperceptionTest analysis”. Psychological Assessment: A Journal of Consulting and Clinical Psychology, 2, 4, pp. 335-364.