disturbo bipolare 1Negli eventi di cronaca nera ci si stupisce spesso che le persone che delirano si spingano a compiere determinati atti violenti. Questo confonde le idee su quello che sia la psicosi. Così può sembrare che sia solo una forma esasperata di odio, d’invidia, di astio, di permalosità. Un eccesso che spinge in errore la persona, la porta a ritenere di essere perseguitato, minacciato, condizionato, spiato e per questo ne sollecita una reazione aggressiva.

Nella psicosi invece viene da chiedersi come mai, di fronte a convinzioni “pesanti” di essere vittima di torture, condizionamenti, attentati, offese e tradimenti, e quant’altro, la persona manifesti reazioni aggressive soltanto “a sprazzi”, ogni tanto, e per il resto si comporti paradossalmente come se fosse sospeso tra due piani di realtà.

Il pericolo di comportamenti aggressivi c’è, ma è poco prevedibile, proprio perché non si verifica come conseguenza logica delle implicazioni (il tale mi perseguita, lo aggredisco), ma in maniera discontinua, come se le diverse parti del cervello non si parlassero. Come se, in altre parole, alcune parti pensassero, altri producessero sentimenti, non sempre coerenti coi pensieri, e altre ancora producessero azioni, a volte aggressive: solo alcune volte queste parti compongono una sequenza. E quando accade che la persona diventi aggressiva, può farlo sia “a caldo” (durante un litigio) sia “a freddo”.

La dissociazione è quindi il primo elemento della psicosi. Pensare di essere perseguitato, odiare il proprio persecutore, reagire contro il proprio persecutore, sono tre “pezzi” che non sempre vanno insieme nella psicosi. Una persona in stato di eccitamento è molto più prevedibile, più lineare nel filo che unisce quel che pensa, quel che sente, quel che fa.

Il secondo elemento caratteristico della psicosi è la mutevolezza del contenuto. I deliri possono essere molto dettagliati, costruiti in maniera che le varie parti si spiegano l’una con l’altra, anche se manca il senso di partenza. In ogni caso tendono a cambiare, come i pezzi di un cubo di Rubik che si compongono a formare un certo numero di possibili configurazioni. L’elemento comune, anche se il delirio cambia, è lo scambio tra interno ed esterno. Io ho un sentimento, ad esempio, e nel delirio dirò che da fuori qualcuno mi costringe a sentire quel che sento, che me lo impone. Ho un timore che il partner mi tradisca, e nel delirio dirò che fuori ci sono dei segnali che mi fanno capire che sono stato tradito. Mi sento osservato, come se gli altri mi leggessero in faccia cosa provo e cosa penso, e nel delirio capirò che gli altri mi leggono nel pensiero, perché dai gesti che fanno o da quello che si dicono mostrano di sapere quello che ho fatto, detto, pensato quando ero magari da solo in casa mia.

Il meccanismo, biologicamente, pare proprio che renda la persona incapace di identificare come “interni” i pensieri, e quindi tenda a collocarli tutti come provenienti da fuori. In effetti nella psicosi il “sé” diventa una serie di messaggi, di imposizioni esterne, di fatti. Non a caso la parte emotiva, affettiva, cioè il valore emotivo che le cose hanno per una persona, è appannata, vuota, assente. Le emozioni dello psicotico non sono più il centro della sua vita mentale. Il centro tendono ad essere i pensieri e le percezioni. In assenza di valenze affettive, nell’incapacità di identificare ciò che si è pensato, la persona è aggredita e sommersa da fatti, segnali, che lo stressano e lo minacciano, come fosse in una trincea scotto le mitragliatrici.

Prendiamo un caso di cronaca nera, semplice ma indicativo di questi meccanismi. Un giovane uccise due persone (e aveva in programma altri omicidi), tracciando accanto a uno dei cadaveri una scritta con una freccia che recitava “X Sarah Games”. Si trattava di un ragazza in cura psichiatrica, che tutti conoscevano come un tipo “strano”, solitario e fissato su una fantomatica ex ragazza che lo aveva fatto soffrire.

L’uomo fu arrestato e descrisse i motivi degli omicidi. Due conoscenti, tra loro non collegati, se non per il fatto che nel delirio erano entrambi burattinai di un gioco con cui volevano farlo impazzire. Il gioco, che lui chiamava “gioco dei gemelli”, o “sogno di Casanova”, consisteva nel fargli incontrare persone che in realtà erano la sua ex (Sarah, una studentessa inglese) mascherata, anche se non corrispondevano altezza, corporatura, taglio dei capelli. Le persone “erano” la sua ex, anche se sembravano altri. Questo in una versione.

In una seconda versione invece queste persone, e per prima la sua ex, sarebbero state parte di un gioco per spingerlo a trovargli dei partners e spingerlo ad accoppiarsi con loro. Qui il nesso con la prima Sarah è già meno preciso, e anzi lei era già un primo esperimento di questo gioco.

In una terza versione, egli dichiarò di volere “ripulire il mondo in nome di Sarah”. La Sarah in questione non fu mai rintracciata, ed è dubbio che vi sia stata una relazione tra i due, comunque nel caso durata pochi giorni, subito prima della fine del soggiorno in Italia di lei. Il delirio regge soltanto nella forma: dall'esterno all'interno e tutto convergente verso un solo unico significato.

La prima vittima era il fidanzato di una amica di Sarah, e poiché l’assassino non trovava l’amica, decise di ripiegare sul fidanzato. La seconda vittima era un conoscente dell’assassino, per cui forse nutriva del rancore dovuto a futili motivi passati. Nessun legame con Sarah.

Verosimilmente però, nello stato psicotico le persone conosciute divennero in qualche modo, anziché persone verso cui nutriva antipatia, rancora, simpatia, persone che erano intorno a lui per comunicargli questi sentimenti. La delusione per Sarah era qualcuno che lo voleva far soffrire tramite Sarah. L’assenza di Sarah era Sarah che lo chiamava altrove, verso altri scopi (ripulire il mondo). Forse l'umore rese tutto il passato una serie di facce e di eventi negativi, ma nella psicosi questo divenne un complotto mosso dall'esterno contro di lui, anziché una serie di amare riflessioni o di delusioni.

La cosa stramba di questa psicosi, per tornare all’inizio di questo scritto, è che Ravagli andò avanti a lungo con questo delirio senza fare niente. Egli andò in cura psichiatrica per non impazzire a causa del gioco in cui lo stavano facendo recitare, senza la minima consapevolezza della sua psicosi ovviamente. Dopo il delitto, forse sotto medicinali, disse che “il gioco era finito” per il momento, e non ne riconobbe mai l’origine “interna” di quell’idea. Uccise per far smettere il gioco, senza aver mai comunicato con i presunti attori, proprio perché l’idea di “parlarne” con i presunti persecutori, di averci un rapporto diretto e emotivo, è curiosamente “saltata” in favore di un modo di interagire in cui si “gioca” coi persecutori e poi eventualmente li si elimina se la cosa diviene intollerabile. Comunicò agli altri, in codice, con quella scritta rivolta al cadavere “per i giochi di Sarah”.