Il termine dismorfofobia (paura di essere brutti) è utilizzato in psichiatria per connotare disturbi probabilmente diversi. La classificazione di questo problema nasce già confusa, basti pensare che il Manuale americano (DSM) scelse di metterlo tra i disturbi "somatoformi", ovvero quelli che si presentano inizialmente sintomi corporei. Questo disturbo riguarda la percezione o il timore riferito al corpo, talora è secondario ad un difetto o particolarità corporea, ma certamente non si esprime con sintomi corporei.

Tolto questo, la dismorfofobia è una situazione eterogenea, con almeno due categorie individuabili.

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La prima corrisponde al modello della classica fobia, nella fattispecie fobia sociale, poiché esiste in funzione dell'imbarazzo che crea nell'esposizione ai contatti con gli altri. L'altra forma, invece, ha più a che vedere con la gratificazione da parte della propria figura, così come la sì vorrebbe o anche così come la si è avuta, o si è creduto di averla (vediamo poi cosa questo voglia dire).

La seconda forma potrebbe esistere anche tra sé e lo specchio, e risente soprattutto della differenza tra la beltà sognata e quella percepita, più che dal timore di una bruttezza.

Partiamo con la prima di queste due sindromi, la più semplice sia da inquadrare che da curare. La persona si vergogna di una sua caratteristica fisica, in senso lato, che può riguardare la conformazione di una parte del corpo così come l'abbondanza o carenza di attributi o connotati (capelli, peli) oppure il modo in cui si muove, parla, cammina etc.

Qual'è il limite tra il disagio per un aspetto esteriore che penalizza e la fobia della bruttezza?

I criteri proposti sono poco chiari, il DSM ad esempio dice che il difetto o non esiste, o è minimo rispetto a quanto la persona se ne preoccupa. Questo vuol dir poco: tutti i dismorfofobici tendono a riferire il problema come esistente e importante, e del resto è opinabile all'infinito che ad esempio un naso di un certo tipo, orecchie di un certo tipo, la calvizie non siano sufficienti a giustificare una preoccupazione.

Se mai è vero che tale preoccupazione è fisiologicamente maggiore in alcune fasi della vita, segnatamente quelle dei primi confronti con gli altri in senso estetico, ovvero l'adolescenza, e tende invece a ridimensionarsi dopo le prime esperienze. Non diremo quindi che la preoccupazione deve essere sproporzionata, ma che la preoccupazione della persona avviene non a livello "istintivo" ma a livello "razionale", cioè la persona è costretta ad un pensiero ossessivo sulla questione, e come conseguenza finisce per ritrovarsi con un problema e con la schiavitù di dover evitare che si veda, che si riconosca, che si manifesti.

In altre parole, la dismorfofobia di primo tipo è simile ad un disturo ossessivo. La persona non si vuole "bello", semplicemente normale, non brutto. Non argomenta su ideali di bellezza, non odia le persone perché le ritiene più belle, ma semplicemente soffre perché non riesce ad essere disinvolto e a suo agio a causa della preoccupazione. Certamente nel tempo l'attenzione di sposta sul "difetto", e quindi come nelle altre forme di ossessioni la persona può presentarsi in questi termini: "ho un difetto, quindi sono angosciato", "ho timore degli altri perché ho questo difetto".

La persona arrivata a questo stadio si esprime così perché ormai non ha più molta fiducia nel fatto che il pensiero possa cambiare, per cui va dallo psichiatra chiendendo una cura per vivere meglio il suo difetto, non per eliminare il problema. Egli ritiene, in questa fase, che finché non si elimina il difetto, non si può eliminare il malessere. Nel caso di calvizie, di problemi non reversibili o di costituzione fisica, è molto facile che la persona arrivi, dopo alcuni iniziali tentativi, ad assumere questa posizione mentale: "ho un problema, ma almeno ci vorrei pensare di meno". Le persone in questione possono ricorrere a interventi o rimedi, ma non lo fanno in maniera spiccata, e se lo fanno ci pensano a lungo prima.

Volendo fare un parallelo fiabesco, la "Bella e la Bestia", è pertinente. Al di là del senso morale della fiaba, "Bestia" potrebbe essere un "mostro" che si vede tale e si nasconde al mondo, trattando gli altri con sgarbo anche per pensare meno che lo possano avere antipatico per l'aspetto fisico. Finché riesce a far innamorare "Bella", e così facendo sblocca l'ossessione, ovvero non cercando di far finta di niente, ma provando a sé che nonostante la bruttezza dichiarata l'amore è possibile, e con la donna più bella del paese, non con un ripiego.  Ecco che si trasforma in un principe, cosa ovviamente simbolica. Curiosa è la versione illustrata ad esempio nell'edizione de "Le fiabe sonore", in cui Bestia non è orrendo, è semplicemente un giovane dal volto coperto dai folti capelli, che non si fa vedere per timore di essere considerato repellente.

Nella mia personale casistica si tratta quasi sempre di soggetti di sesso maschile. Eppure, meriterebbe considerazione il fatto che molti casi di disagio di tipo fobico per il corpo nelle donne (peso, proporzioni e forma fisica) possono rientrare in questo tipo di sindrome, per poi complicarsi quando la persona inizia a "impazzire" dietro all'idea di dover controllare il peso senza riuscirsi se non per brevi periodi. In altre parole, i disturbi del comportamento alimentare in parte possono riconoscere una fase iniziale di "fobia della grassezza".

Queste forme non sono subito trattabili perché il pensiero fa riferimento ad una categoria, il "brutto", che non si risolve in termini razionali. In altre parole, il tempo speso a discutere del fatto che un pensiero sulla bruttezza non deve essere eccessivo o condizionante è abbastanza "perso", perché la razionalità è proprio il meccanismo con cui il disturbo procede e si mantiene, mentre la cura dovrebbe mirare a ridurre l'attenzione razionale al corpo, per migliorare il rapporto istintivo con esso.

Le cure farmacologiche aiutano in questo obiettivo, e in questo sono sinergiche con le terapie cognitivo-comportamentali. Si potrebbe anzi dire che il modello cognitivo-comportamentale è lo stesso tra medicinali e intervento psicologico, e che spesso il medicinale fornisce una sorta di "sblocco" che permette anche all'intervento psicologico di poter iniziare e procedere in maniera efficace.

 

Vedi anche:

Dismorfofobia - parte II - La regina di Biancaneve