Passiamo alla seconda parte. La dismorfofobia "maligna" per così dire.
In questo caso si tratta di persone che inseguono un concetto di "bellezza" o di "perfezione" inteso come "maggior bellezza" oppure di bellezza da mantenere, da fissare onde evitare che si deteriori, o da accentuare per rientrare in una fascia di bellezza comunque più elevata.

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Si tratta spesso non di una ossessione, cioè di un pensiero ritenuto sgradevole ma condizionante, bensì di una idea dominante o prevalente. In altre parole, la persona è assorbita o affascinata dall'idea che la sua vita dipenda dall'abbellimento, dalla correzione di un'estetica anche non particolare per riuscire a raggiungere un ideale estetico di successo.

Per questo si costruisce in genere delle teorie sulla bellezza, sull'importanza dei fattori estetici nel destino di una persona, sull'impossibilità di scegliere liberamente se non si è esteticamente "patentati" nei rapporti con gli altri, cioè non si riscuote successo immediato sul piano dell'immagine.

Molti si sentono quindi inesorabilmente destinati a far parte di una "serie B" umana se non hanno determinate caratteristiche. Se le possono ottenere, di solito percorrono quella via, la cosmesi, la chirurgia, la nutrizione a scopo di modellamento del corpo, incluso naturalmente lo sport etc.

Alcuni prediligono gli interventi (rapidi e definitivi), altri il modellamento, per mantenere il controllo (attivamente) della propria forma e imparare a mantenerla. Se il movente è dismorfofobico però, l'evoluzione tipica è che le correzioni e gli interventi di qualsiasi tipo non risultano più soddisfacenti dopo un po', o non sono giudicati sufficienti. La persona quindi insiste serialmente nel modificarsi esteticamente, con l'inevitabile effetto di dover poi complicare le cose per mantenere proporzioni armoniche con altre parti del corpo, o migliorare la resa estetica complessiva.

Non di rado l'attenzinoe si sposta da un dettaglio all'altro, da quello corretto si passa ad uno da correggere. Lo stiramento della pelle, l'ingrandimento di labbra, menti, la riduzione di nasi, orecchie, zigomi, tende a due modelli di riferimento: uno è quello "a manichino", cioè piallato e privato di sporgenze e rientranze; l'altro quello esuberante, "gonfio", molto evidente con l'età quando gli altri tessuti diventano meno tesi e si notano le parti artificiali.

I pazienti con questo problema vanno dallo psichiatra per motivi trasversali: alcuni perché depressi o angosciati, ma perché pensano che da un punto di vista depresso non riusciranno a ottenere i cambiamenti desiderati, o non capiranno bene quali cambiamenti sono essenziali per risolvere la questione estetica. Altri ci vanno perché demoralizzati da insuccessi "paradossali" in ambito sociale o sentimentale.

La tendenza del paziente è di difendere la sua posizione, nonostante ne comprenda il non-controllo, e a negare che la propria infelicità derivi dalla dismorfofobia, per affermare che la soluzione alla dismorfofobia sarebbe "un buon aspetto" o un aspetto perfetto. Alcuni pazienti, con meno risorse o con difetti o particolarità estetiche che non sono modificabili assumono una posizione di depressione e ostilità: odiano "i belli", quelli "di successo", che sono stati graziati dalla natura anziché condannati all'infelicità a causa di un'estetica perdente. Questi pazienti chiedono aiuto per poi rivolgersi al medico con aperta sfiducia e supponenza, sostenendo la tesi per cui è inutile curarsi se tanto l'estetica è quella che è. Alcuni possono arrivare a fantasticare di uccidere gli altri, a rovinarli perché rappresentano la bellezza che a loro è negata, e la prova vivente della loro inferiorità.

La dismorfofobia assume quindi i connotati, in questo caso, di una convinzione, logica e argomentata quanto si vuole, ma sostanzialmente irrisolvibile perché nasce secondo un concetto di difetto di bellezza che si riproduce all'infinito. I casi più gravi sono quelli in cui la persona ha avuto un periodo di successo legato ad una bellezza (da giovane) oppure si è sentita "bella" nel senso di apprezzata in una fase della sua vita, sviluppando poi il timore di allontanarsi troppo da quel modello e ricorrendo quindi a pratiche o interventi per riconquistare o prevenire l'imbruttimento. Alcuni ovviamente, sentendosi invece "imbruttiti", assumono la posizione di una fobia sociale, ma sostanzialmente rimangono legati alla loro idea, senza critiche né disponibilità a orientarsi verso la correzione dell'idea, più che dell'aspetto.

Esiste una fiaba famosa di riferimento in questo caso, quella di Biancaneve. Lo specchio fatato con cui la matrigna di Biancaneve parla le ripete la sua bellezza, e più questo accade e più la regina, oggettivamente bella, si sente non abbastanza bella. Per questo ogni bellezza potenzialmente superiore (anche di una bambina che potrebbe diventare una donna bellissima) diventa una minaccia. La soluzione della fiaba è eliminare i più belli, per evitare di doversi pensare meno belli di qualcuno. La bellezza della regina non è qualcosa di sociale alla fine, è un problema tra sé e sé, lo specchio ripete il suo pensiero ma alla fine "la tradisce" dicendole che esiste una bambina più bella di lei. La mente dismorfofobica che teorizza e guida verso la bellezza perfetta è la stessa che tradisce, perché più ragiona sulla bellezza, e meno si sentirà abbastanza bella, e più sarà spaventata dall'idea che qualcuno possa avere maggiore beltà.

La morale della favola dovrebbe essere presa come principio di psicoterapia: il problema sta nello specchio, mentre la regina, con tutti i suoi poteri, non può che perdere, perché rimane comunque obnubilata dalla sua dismorfofobia. Per quanto bello un dismorfofobico possa essere, non si andrà bene. Per quanto brutto un dismorfofobico sia, la causa della sua sofferenza è nella bellezza su cui si è fissato.

E quindi la soluzione ci può essere, ma non nella direzione della bellezza, ma della cura del pensiero, che crea bruttezza soggettiva e fallimento. Il bello sta nella cura.

 

Vedi anche: 

Dismorfofobia - parte I - La Bella e la Bestia