Il fischio al naso” è un curioso film con Ugo Tognazzi, che fa parte del filone “kafkiano” di storie in cui il protagonista si trova, suo malgrado e senza una precisa ragione, intrappolato in un percorso assurdo e misterioso che lo conduce verso un destino infausto. Ne sono esempi “L'udienza” con Jannacci, “Detenuto in attesa di giudizio” e “Il testimone” con Sordi.

In questo caso il tono è sospeso tra il surreale, il comico e il tragico. La fonte letteraria è un racconto di Dino Buzzati, “Sette Piani”, in riferimenti ai sette piani della Clinica dove il protagonista si ricovera, e al perverso meccanismo che regola l'ascesa all'inferno dal primo all'ultimo piano (nel racconto in realtà all'inverso, dal più alto in giù).

Tognazzi interpreta un industriale ricco e affermato, che però si trova in una fase di stallo e dubbio della sua vita, prova ne è che lui stesso critica le pecche del prodotto che dovrebbe vendere, anziché piazzarlo con spregiudicatezza. In più, è affetto da un fischio al naso, che va e viene, ma che sembra imbarazzare e infastidire più gli altri che lui. Trovandosi per caso in una clinica moderna per ragioni di lavoro, è convinto a sottoporsi ad accertamenti, e il medico riesce a risolvere banalmente con un decongestionante nasale il suo problema.

Nonostante questo, è indotto a permanere al primo piano, di fatto degente, anche se l'ambiente somiglia più a quello di un albergo termale di lusso. I trattamenti, intesi a prevenire non si sa bene quale rischio, diventano una sorta di “ricatto” psicologico, per cui non è tanto il beneficio che producono, quanto il fantasma di ciò che potrebbe accadere se non li seguisse. Da buttar via le pillole come inutili cosmetici per persone sane, il protagonista finisce per sottostare a tutti i trattamenti, sempre più invasivi, in assenza di una precisa diagnosi, ma con un sfondo di sospetti, ipotesi, accenni di disfunzioni etc.

Mano a mano che entra nel ruolo di malato, l'uomo si comporta da malato, ragiona come se avesse una malattia, finché i trattamenti probabilmente inducono dei disturbi veri e propri. I malati più impegnativi sono trasferiti via via dal piano terra ai piani superiori, con varie scuse e pretesti, e con un atteggiamento sempre meno rispettoso da parte dei sanitari e dei paramedici.

Nel racconto di Buzzati la psicologia ipocondriaca è ugualmente ben resa con dialoghi essenziali ma “clinici”, con il malato che si compiace di essere ricoverato ma praticamente sano, poi mano a mano che scende di grado, si compiace di essere “il meno malato del piano”, e poi ancora di essere sul piano sbagliato per questioni organizzative o per equivoci. Più si arrabbia con i medici perché vorrebbe uscire dalla clinica, più è evidente che è tenuto dentro dal dubbio, che i medici sapientemente alimentano con concetti del tipo “il male è lievissimo, anzi non c'è ancora, ma un accenno di quello che potrebbe essere nel suo caso tende a interessare aree più vaste del normale”.

Le condizioni peggiorano lievemente, ma quel che peggiora in maniera drastica è la componente psichica dei degenti dei piani superiori, i quali sembrano quando rassegnati al loro destino di malati, altre volte addirittura desiderosi di accedere a trattamenti più invasivi perché convinti di averne bisogno. L'ultimo piano è quello dei malati terminali, che sono terminali più come situazione mentale che non come disturbi corporei, tanto è vero che la conclusione non è la morte, ma una ibernazione, che è, -si scoprirà- il vero fine della clinica. Una “banca” della salute che iberna le persone in attesa che la medicina scopra il modo di curare i loro mali.

A questo punto qualcuno potrà aver riconosciuto già il meccanismo dell'ipocondria ossessiva. La preoccupazione per il controllo del corpo e della vita, che può iniziare in maniera subdola, ma che spinge a isolarsi in un mondo parallelo in cui ci si comporta come si fosse sempre e comunque malati, senza che sia chiaro “di che cosa”. Il concetto di essere malati diventa uno stato dell'anima, e coltivare il pensiero di poter prevenire e controllare le disfunzioni del corpo, presunte o eventuali, crea una malattia fantasmatica ma incombente. La metafora del passaggio ai piani superiori, senza più contatto con il piano terra, che rende tutto più semplice e diretto, è efficace per rendere l'idea di distacco dalla realtà operativa (agire sulla base di come si sta e non di come si potrebbe stare).

La prigione dell'ipocondriaco è, tipicamente, un'ossessione, e allora si rafforza per due vie: una è quella “distonica”, della reazione esasperata, cioè si vorrebbe uscire dal tunnel ma non senza aver visto prima dove porta. L'altra reazione è quella di assecondare l'ipocondria sperando che porti a una soluzione, fuori dal tunnel, il che è ugualmente assurdo. L'uscita del tunnel è infatti al piano terra, e non al settimo piano, dove porta l'ipocondria.

Quando il protagonista fugge di nascosto dalla clinica si perde in un parco infinito che la circonda, e che porta solo ad un alto muro di cinta, surreale perché metafora della prigione psicologica che non permette di fuggire dal timore di perdere il controllo della propria vita. Dopo aver fallito la fuga, rimane solo il ritorno e l'ascesa all'ultimo piano. Ci era entrato attraverso un semplice ingresso, per uscire sceglie di raggiungere il muro, perché ormai non prende più in considerazione di uscire dalla porta. L'ossessione è un po' così: si entra dentro un palazzo salendo i piani, e poi come in una stanza si vuole uscire dalla finestra, incapaci semplicemente di “negare” l'ossessione stessa.

Nell'ipocondria non si riesce semplicemente a “fregarsene”, ed è per questo che per uscirne è necessario un tentativo di fuga, una forzatura, che di solito non riesce perché è vissuta in maniera angosciosa, impaurita, e soprattutto ambivalente: cercare di strapparsi di dosso l'ipocondria significa in parte sperare che l'ipocondria ci lasci in pace, e in parte cercare di riuscire a dimostrarla infondata. Guadagnarsi la via di fuga è pertanto impossibile se la via passa attraverso l'ipocondria, ed è per questo che la fuga non ha successo, perché non vìola il labirinto, ma lo segue sperando di uscirne. L'ipocondriaco si infila nel suo incubo peggiore quando cerca appunto di sfuggire al terrore delle malattie attraverso il ragionamento sulle malattie stesse. Più è intelligente, ovvero in grado di elaborare questo ragionamento, e peggio ci si infila. La sua intelligenza diventa l'intelligenza dell'ipocondria, che funziona con meccanismo iper-razionale e quindi va a braccetto con il grado di intelligenza.

La via d'uscita che rimane è “affidarsi” all'ipocondria. Ovvero: se da solo non risolvo il terrore della malattia, mi affido alle cure, cioè mi comporto “come se” ciò di cui ho terrore fosse vero, e metto le mani avanti. In questo modo apparentemente efficace l'unica cosa che si ottiene è perdere anche il senso del sintomo, perché il sintomo diviene “ciò che potrei scongiurare”, ovvero è prodotto dalla paura e non più oggettivo, né soggettivo. Il sintomo non è una misurazione, né una sensazione, è una paura, la paura di ciò che potrebbe accadere se non si ci preoccupa del sintomo, quindi una sorta di superstizione.

Il malato ipocondriaco quindi accetta di sacrificare la propria serenità e la qualità della propria vita (la salita ai piani più alti). Alla fine non esiste la morte, ma solo la sospensione (ibernazione), cioè l'ideale “assurdo” dell'ipocondria, non vivere finché non si ha garanzia di non ammalarsi.