"Io sono un tossicodipendente atipico" o "io sono un alcolista atipico"

Questa è una frase che sento spesso, ed è importante che la senta, perché come tutti i comportamenti e le manifestazioni spontanee e dirette da parte dei pazienti, anche questa è utile per la diagnosi.

Direi che su 100 persone che hanno una dipendenza, non ne ho visto mai uno “tipico”... nessuno si dichiara tale, tranne alcune eccezioni, che trovano, nella disperazione, la spinta a chiedere aiuto in maniera estrema, dichiarando quello che altrimenti la malattia li porterebbe a negare, minimizzare, adattare, ovvero la semplice natura “tipica” della loro condizione. “Sono un tossicodipendente, e anche grave”, è una frase che poche volte mi è capitato di ascoltare, e chi la pronunciava aveva sostanzialmente paura di morire da un momento all'altro. Passata la paura, le stesse persone tornavano alla presentazione: “io sono un tossicodipendente a modo mio”, oppure “un po' particolare”, oppure “atipico”.

Tutti atipici, quindi, perché la cosa più difficile per un dipendente (da alcol, gioco, droghe pesanti etc) è chiamare con un semplice nome (ammettere) la propria condizione. Per questo in molti gruppi di auto-aiuto uno dei primi passi è appunto quello di “presentarsi” agli altri dichiarando il proprio nome e la propria “qualifica” comportamentale (sono Tizio, Caio e sono alcolista). Non che questo debba avere un valore terapeutico, ma certamente vorrebbe essere un ribaltamento della tendenza spontanea a negare.

Le persone possono “temere” di essere dipendenti, ma chi lo è solitamente si riconosce nella descrizione della dipendenza, dentro di sé lo sa. Soltanto che poi (in questo aiutato anche da una visione un po' sprecisa del problema) tende a considerare alcuni aspetti (astinenza, consumo regolare, quantità di consumo, problemi sociali e economici) come quelli “centrali”, e rispetto a questi dice appunto di essere atipico, fuori dagli schemi.

Non esiste questo concetto, nel senso che da sempre si sa che le categorie sociali di persone con dipendenza sono variabili, da quelli “da strada” a quelli “di lusso”, da quelli comunque coinvolti in contesti criminali, ad altri insospettabili o dalla doppia vita, per così dire. Si può certamente dire che la categoria del tossicodipendente di strada non è quella prevalente, forse neanche lo è mai stata, anche se un tempo era più visibile (anche perché non c'erano le cure).

Un altro errore comune, e questo è diffuso in ambito medico, è che non esista “LA” tossicodipendenza ma le tossicodipendenze, e cioè che non avere il controllo sul desiderio di una droga possa essere considerato diversamente a seconda del tipo di rapporto che uno ha con l'uso di quella droga. Se uno c'è arrivato per risolvere dei problemi personali o sociali, è un conto; se invece ha usato la droga per curarsi da solo magari di un disturbo depressivo, è un altro conto; e diverso ancora è chi ci arriva perché cerca lo sballo, il godimento, il piacere sempre più estremo.

Questa distinzione riguarda per l'appunto “come ci si è arrivati”, e non “dove si è arrivati”. Alla fine si è arrivati nello stesso punto, e d'altra parte quando si è dipendenti si ha in comune un elemento che rende irrilevante il perché si usa la droga: ormai si usa la droga anche se peggiora tutti gli aspetti della vita, o comunque non li migliora.

Chi si drogava per problemi personali e si trova la vita rovinata per questo, sicuramente non sta continuando a drogarsi o non ricade perché crede che la droga lo aiuti a risolvere i problemi. Idem per chi si drogava come auto-cura, certamente quando la dipendenza lo rovina non si droga per star bene mentalmente. E anche e soprattutto chi si drogava per piacere, certamente non si droga per questo nel momento in cui non sente più l'effetto, o addirittura deve lottare per tenersi in equilibrio sul filo dell'astinenza.

Tutti questi “alibi” sono invece delle presentazioni, perché così come al dipendente non piace dichiararsi tale, anche agli altri non piace, o non lo capiscono, sapere che quella persona beve, o si droga, perché “non si controlla” e basta. E' meglio pensare che lo faccia per una ragione al limite scusabile, o per una deviazione mentale (non rinunciare al piacere).

Le famiglie, ed è comprensibile, cercano anche un modo per poter intervenire loro stessi, direttamente, nella gestione del problema, a costo di credere di avere delle colpe. Se uno ha delle colpe, magari può rimediare. Se ha un ruolo, può gestirlo. Difficile per i familiari è riconoscere che non hanno colpe, e non hanno neanche un potere particolare per poter gestire il problema, se non attraverso le cure. Allora magari sì, ma senza passare dal piano morale dei motivi scusabili, della storia personale, dell'educazione e dei valori.

Questi sono aspetti che sono se mai danneggiati dalla tossicodipendenza, e non ne sono le cause. Per quanto riguarda la diversità che esiste tra le persone, come in ogni malattia la diversità nella malattia è ridotta, come dire che i malati si somigliano più dei sani, e anche questo è indice di una malattia, ovvero la rigidità dei comportamenti secondo uno schema imposto dalla malattia, dalla dipendenza. La persona dipendente, che se fosse sana risponderebbe a tutta una serie di condizionamenti, di interessi, di preferenze, di valori, e così via, nella malattia subisce e fa subire a chi lo circonda un rapporto rigido, privo di logica e cieco a ogni altra motivazione, che è appunto il desiderio patologico.

 

Per questo l'obiettivo delle cure per la dipendenza è il contenimento, la normalizzazione del desiderio patologico per ottenere l'azzeramento della dipendenza. Ogni intervento che inizi da fuori rischia semplicemente di curare le parti lasciate libere, sempre o momentaneamente, dal corso della malattia. Curare l'astinenza, premiare l'astinenza, educare ai valori, sono utili per molte cose, ma non incidono sulla dipendenza (cioè ricadute), semplicemente dimostrano come anche soggetti “guariti” sotto tutti i punti di vista apparenti tendano a riammalarsi dietro la spinta della malattia, che basta e non richiede altre ragioni.