Anime nere è un bel film sulla psicologia della 'ndrangheta, che punta molto sul confronto tra le figure di tre fratelli. La trama ricalca uno spunto classico del cinema di mafia, ovvero quello dell'impossibilità di uscire da una logica di sospetti, vendette e lotta per il controllo del territorio di origine come fondamento del potere, e allo stesso tempo come tragico limite.

I tre fratelli hanno temperamenti diversi, eppure tutti con una radice comune, quasi fossero le facce diverse di una stessa entità potenziale, geneticamente determinata. Una cosa simile l'avevo discussa anche in proposito ai personaggi de "Il padrino", a cui rimando i lettori.

In questo caso, il vero protagonista della vicenda è, dei tre fratelli, quello più depresso, il primogenito. Fa il pastore, la sua vita è scandita da ritmi prevedibili e rassicuranti, si è rifugiato sulla cima di un monte, in compagnia soltanto delle sue bestie e dei ruderi di un paesino di montagna abbandonato.

Un rifugio strategico, che gli altri considerano vile, una rinuncia alle lotte e al confronto coi potenti del paese "a valle". Il fratello pastore si è defilato come a indicare che non darà fastidio, e quindi può essere lasciato in pace. Suo riferimento è la statua di un santo, dalla cui pietra gratta via una polvere che poi beve mescolandola al caffè, come fosse una medicina amara per stemperare le passioni.

Ma per il boss locale il fratello maggiore, per quanto depresso, non può essere estraneo al suo stesso sangue, non può non sapere e non avere una posizione su ciò che gli altri familiari stanno facendo, in paese e fuori. Fuori, i due fratelli si sono arricchiti col traffico di droga, uno come trafficante, l'altro come riciclatore, ma non danno la parte dovuta ai compaesani. Il sangue non ristagna, e dalla montagna dove Luciano ha cercato di nasconderlo fluisce nuovamente a valle.

Così comincia un percorso inevitabile, a cui ciascuno si adatterà a partire dal suo temperamento. Il fratello trafficante, ipertimico, esuberante, spaccone e ottimista sulla sua capacità di incutere timore, cercherà alleanze e si esporrà senza troppa preoccupazione al rischio che i nemici abbiano già intuito le sue mosse. Il suo temperamento in realtà lo ha già "tradito": non ha voluto pagare il pizzo al boss locale, perché si ritiene svincolato, indipendente, per orgoglio e spavalderia.

L'altro fratello, la faccia pulita della famiglia, fa affari legali ma col denaro riciclato, e ha deciso di star fuori almeno dalla parte più rozza e cruenta della sua storia familiare. Eppure, quando sollecitato dalla morte dei propri cari, si rivelerà il più deciso, anche più del fratello ipertimico, nel cercare vendetta. L'umore del ciclotimico, quando stuzzicato, produce risultati più estremi, impulsivi e inaspettati. L'ipertimico, sempre su di giri, è per ciò stesso anche meno variabile, e più ottimista.

Così come i serpenti che si mimetizzano bene, non reagisce in maniera scomposta al pericolo, non ha urgenza e veemenza, e così rischia di sottovalutare il nemico, sopravvalutando se stesso. Il ciclotimico è come il serpente corallo.

Consapevole che la sua parte fragile "si vede", come il colore rosso del serpente corallo che non si può mimetizzare, quando è scoperto parte in un attacco violento e immediato, che vive come l'unico modo di combattere.

Il ciclotimico è più debole ma più "velenoso" quando si arrabbia. In questa spirale il fratello spaccone morirà per primo, in un agguato che non si aspettava, nonostante avesse già dichiarato guerra. Il fratello ciclotimico si risveglierà dal torpore borghese che ne aveva mascherato l'indole, e organizzerà le forze per rispondere. Quando ci andrà di mezzo il giovane figlio, il fratello pastore deciderà di chiudere la vicenda, e la chiude da distimico ma prima ancora da bipolare.

Non dichiarando guerre con una grandiosità troppo ottimistica; non con il livore del ciclotimico che si infiamma di vendetta; ma con una forza implosiva che vede come unica soluzione l'annientamento della famiglia, per chiudere un circolo di sangue e di dolore.

Prende la pistola e fa fuoco sul fratello rimasto, perché le colpe siano scontate con lo stesso sangue. Le tematiche sono tutte depressive: colpa, rovina, morte. La forza distruttrice è del bipolarismo, che trova una via grandiosa in ogni caso: in versione ipertimica, con la guerra d'azzardo del fratello minore; con la vendetta del fratello intermedio; con l'implosione purificatrice del fratello maggiore.

Anime nere, perché accomunate dalla "furia", la mania, che attraversa tutti i tre i caratteri, producendo le sue varie facce: euforica, furiosa, depressiva.

disturbo bipolare 1La scena rivelatrice del bipolarismo nascosto sotto la coltre depressiva è quella della tavolata in montagna. Il fratello maggiore promette all'altro, per portarlo dalla sua, che quando vinceranno si prenderanno altri terreni, così "metà della montagna sarà nostra", e l'altro gli risponde, con una maschera di indifferenza "e che ci dovrei fare con metà montagna?".

Questa risposta è cruciale, è ambigua. E' sia la risposta di un depresso (che me ne faccio di avere tanto, che mi interessa...), sia la risposta di un bipolare (metà montagna è come nulla, o sono padrone o è meglio essere un nessuno nascosto in cima al monte).

E' quindi una vi a di mezzo tra il fuggire dalla guerra, e il sognare una vittoria impossibile. La metà del mondo, che spinge l'ipertimico a sfidare la sorte (per muovere poi verso la montagna intera), per il distimico (bipolare) è un'inutile metà (perché alla fine la montagna intera non esiste, e allora meglio un rifugio invisibile).