Il limite che separa ciò che si definisce come “normalità” da quello che invece intendiamo come “patologia” è spesso incerto e poco chiaro ma di fondamentale importanza se vogliamo comprendere la natura di ciò che proviamo e la possibilità di trovare una risposta adeguata per il nostro disagio. Questo tema ha inoltre delle implicazioni evidentemente sia etiche che deontologiche e culturali non trascurabili. Ad esempio, cosa distingue un comportamento liberamente espresso da un individuo in base alla propria natura o alla cultura alla quale appartiene e che cosa è invece manifestazione di una patologia che va curata, a volte anche contro la volontà del soggetto stesso?

Quando parliamo di sofferenza dobbiamo innanzi tutto fare delle precisazioni. Se ci pensiamo bene ogni giorno per ragioni diverse e con diversi gradi di intensità possiamo soffrire per qualcosa. Possiamo soffrire per un litigio o per la rottura di una relazione con una persona amata, per la perdita di una persona cara, per il non raggiungimento di un obiettivo scolastico o lavorativo per noi importante, per il fatto di non credere in noi stessi, perché qualcuno ha criticato un nostro comportamento, perché gli altri non si comportano nei nostri confronti così come noi vorremmo, per il fatto di trascorrere tanto tempo a ricordare momenti passati sia positivi che negativi, per la mancanza di volontà nel perseguire i nostri obiettivi…

La sofferenza, così come la felicità e le emozioni positive, è parte integrante e fondamentale della nostra vita psichica e della nostra esistenza nella sua totalità. Tutte le emozioni hanno infatti una loro importanza ed un ruolo fondamentale nel guidare la nostra esperienza e nel determinare le nostre scelte, i nostri giudizi, le nostre credenze, i nostri comportamenti.

Le persone spesso si chiedono però: a cosa serve stare male? In che modo può essere utile qualcosa di tanto negativo?

Innanzi tutto le emozioni negative come quelle positive ci segnalano il nostro stato in un determinato momento, in una precisa situazione. In quanto segnale, per quanto sgradevole, deve essere accolto e compreso per poter essere poi affrontato. Il dolore ha l’importante funzione di segnalarci che stiamo percorrendo la strada sbagliata, che stiamo subendo o subiremo nel futuro un danno. Questo tipo di segnale ci consente di prendere dei provvedimenti, di rivedere le nostre azioni, le nostre convinzioni, ciò che ci ha portato a stare male. Un esempio può aiutare a comprendere meglio come anche il dolore fisico può essere utile e funzionale per l’uomo. Provate a pensare alle persone che a causa di un danno neurologico non avvertono le sensazioni dolorose: non essendo in grado di percepire quando il loro corpo viene danneggiato a causa di un ferita, un’ustione o altro non sono in grado di mettere in atto dei provvedimenti per limitare i danni.

Allo stesso modo il significato della sofferenza psichica è legato ad un nostro scopo che nel passato, presente o futuro è stato o sarà compromesso o non raggiunto. Se stiamo male è perché esiste uno scarto troppo grande tra ciò che noi desideriamo realizzare e la situazione attuale. L’intensità del dolore sarà naturalmente tanto più forte quanto più sarà importante per noi lo scopo in questione. Una volta provato questo dolore abbiamo la possibilità di decidere cosa fare, di prendere i nostri provvedimenti.

Ma cosa posso fare una volta individuato lo scopo compromesso?

Le strade da seguire sono due:

1) cambiare strategia per raggiungerlo perché evidentemente quelle messe in atto non hanno portato risultati positivi

2) rivalutare l’importanza di questo scopo, ridurla se necessario, in modo tale che non sia più fondamentale per noi il suo raggiungimento

Grazie all’attuazione di queste strategie è possibile ridurre la sofferenza e trovare un nuovo equilibrio e/o nuovi scopi da perseguire, quindi in definitiva raggiungere un miglior adattamento ed una migliore qualità della vita.

Un altro aspetto importante da sottolineare è come la “sofferenza normale” sia spesso vissuta come una patologia, nel senso di qualcosa d’altro rispetto alla normalità. Come se cioè la normalità fosse rappresentata dall’essere felici. Da ciò consegue un sempre più netto rifiuto della sofferenza fino alla sua negazione che non determina altro che un suo incremento e di conseguenza un aumento della richiesta di cura anche per situazioni che rientrano nella sofferenza normale.

Ma come si fa a distinguere tra normale sofferenza e patologia se in effetti si tratta sempre di emozioni negative?

In realtà non è l’emozione in sé ad essere diversa, ma la reazione del sistema nel suo complesso al verificarsi di tali emozioni. Se abbiamo detto infatti che l’emozione negativa può essere adattiva in quanto ci prepara e ci aiuta ad evitare un pericolo o a non subire un danno, questo dipende dalla capacità dell’individuo di predisporsi ed attuare un cambiamento. E’ proprio la capacità del sistema individuo di riuscire ad essere flessibile e cambiare in presenza di una situazione avversa l’indicatore migliore di buona salute, ciò che distingue cioè la normale sofferenza da quella patologica. Il cambiamento può avvenire come detto precedentemente o attraverso l’attuazione di strategie differenti o attraverso la rinuncia allo scopo quando questo si dimostra irraggiungibile.

Si parla di patologia quando il sistema si contraddistingue per la sua rigidità, per l’impossibilità di attuare un cambiamento, per l’irrinunciabilità del suo scopo, per il fatto di non riuscire a riorganizzare gerarchicamente i suoi scopi e quindi rivalutarne l’importanza e per l’impossibilità di trovare nuove e diverse strategie di perseguimento dello scopo stesso.

In conclusione un primo criterio che distingue un comportamento normale da uno patologico è il suo essere coatto, ripetitivo, sempre uguale, che non prevede alternative, una modalità che perpetua la sofferenza stessa. La coazione, la patologia, è una limitazione alla libertà dell’individuo, esprimere liberamente la propria natura quando però non si hanno alternative non corrisponde ad essere liberi ma significa ritrovarsi in situazioni che generano sofferenza senza essere in grado di attuare delle soluzioni efficaci per affrontarle.

Un secondo criterio è rappresentato dal livello di sofferenza soggettiva percepita. Il soggetto sa che il sintomo che prova è incongruente con il suo modo di essere. Ciò si verifica in particolare nelle nevrosi quando cioè si crea un’impasse: né si riesce a raggiungere, né si riesce ad abbandonare uno scopo presente ma non consapevole.

Un terzo criterio definisce come patologico qualsiasi comportamento sia disfunzionale all’adattamento. In questo caso gli scopi non sono rappresentati nella mente dell’individuo e per questo non è presente spesso una sofferenza soggettiva. Questo criterio rende evidente il carattere patologico di alcuni comportamenti psicotici che pur non portando ad intensa sofferenza soggettiva portano il soggetto ad un pessimo adattamento sociale e quindi ad una pessima qualità della vita.