Lo stress lavorativo può diventare una vera e propria malattia nota ormai sotto il nome di sindrome del burn-out.

Il carico di lavoro, oppure la tensione rispetto all’incertezza della propria situazione lavorativa, insieme alle responsabilità professionali, la gestione delle relazioni con colleghi o con il pubblico, può scatenare vere e proprie situazioni di disagio, che sfociano con inevitabili conseguenze sia sul piano professionale che personale.

Queste conseguenze si riflettono negativamente e inevitabilmente sull’efficienza dello svolgimento della professione, con una conseguente diminuzione della qualità delle prestazioni.

 

La sindrome del burn out è un processo multifattoriale, spesso di difficile diagnosi proprio per la complessità e varietà nella sua manifestazione.

Può essere definito come un processo inefficiente di adattamento ad una situazione di stress individuale eccessivo e tra i sintomi troviamo quelli tipici dello spettro ansioso-depressivo con particolare tendenza alla somatizzazione.

Tra i più frequenti troviamo: resistenza verso l’andare al lavoro, sensazione di fallimento, rabbia, senso di colpa, negativismo, senso di stanchezza, incapacità di concentrarsi, insonnia, mal di testa, disturbi gastro intestinali, rigidità nel pensiero.

Dal 2010 è entrata in vigore la legge che obbliga i datori di lavoro a valutare i rischi di Stress dei dipendenti correlati alla situazione lavorativa (art. 28 del testo unico sulla sicurezza 81/2008 e successivo d.leg. 109/2009) attraverso la realizzazione di consultazioni con professionisti psicologi volti a migliorare il benessere psicofisico del lavoratore in un’ottica di miglioramento aziendale.