Per la Corte di Cassazione un comportamento iperprotettivo e iperaccudente nei confronti di un figlio ancora piccolo costituisce un vero e proprio maltrattamento, perche lede i diritti del bambino ad un'infanzia serena ed equilibrata e lo espone ad un rallentamento della crescita e allo sviluppo di future patologie psichiatriche.

 

Nulla conta la “buona fede” dell’adulto o l’apparente “benessere” del bambino, perché isolarlo dal mondo esterno (nel caso in questione vietandogli perfino di vedere il padre) è dannoso per la sua crescita psicologica e lede i suoi diritti di figlio e di individuo.

Il caso al quale si riferisce la sentenza è sicuramente una situazione-limite molto grave, tanto che il bambino a 6 anni non aveva ancora imparato a camminare come i coetanei, ma il principio sostenuto dalla Cassazione è rilevante anche per tutte le situazioni sicuramente meno gravi in cui uno o entrambi i genitori tengono il bambino sotto la classica “campana di vetro”, presentandogli il mondo esterno come luogo pericoloso, incontrollabile e poco sicuro e condizionando negativamente la sua visione di tutto ciò che non fa parte della ristretta sfera domestica e familiare.

L'iperprotezione di un figlio rientra in uno stile educativo che si può ipotizzare derivi in certi casi da disturbi mentali che affliggono gli adulti e sia sostenuto quindi da pensieri paranoidi o depressivi che orientano il comportamento del genitore.  In questo senso la “buona fede” può esserci e significare che la visione del mondo è sincera e autentica, ma se è sviluppata da genitori disturbati è tanto più dannosa per il bambino, che trae dagli adulti di riferimento gli strumenti e i contenuti che utilizza per costruire la propria interpretazione del mondo circostante.

(Per fare un esempio: un bambino i cui genitori non hanno amici e a cui viene insegnato che degli altri non ci si può mai fidare crescerà conservando dentro di sè questa visione e interpretazione dei rapporti umani, non essendo in grado di contestarla e superarla prima di una certa età e con grande difficoltà - se non solo grazie ad un percorso di psicoterapia.)

 

Come dicevo sopra, il benessere che un bambino può provare nell'isolamento dell'iperprotezione è solo apparente, perché precludergli la possibilità di fare le esperienze necessarie allo sviluppo psicofisico e alla costruzione delle abilità sociali lo danneggia qualunque sia il motivo per il quale gli adulti lo stanno allevando in questo modo.

Ogni bambino si adatta all’educazione che riceve, alle regole che gli vengono imposte con convinzione e alla rappresentazione del mondo condivisa in famiglia senza essere in grado di contestarla perché non ne ha le capacità cognitive e non è ancora entrato in contatto con altri stili educativi. Di conseguenza ogni bambino pensa che quello che accade in casa propria normale e giusto e che lo stesso avvenga in ogni famiglia. Solo in seguito sarà in grado di fare dei confronti e di capire di essere stato eventualmente vittima di maltrattamenti: nel frattempo si protegge da questa consapevolezza anche perché non avrebbe alternative. Deve quindi adattarsi e riesce di solito a farlo perché prova un naturale affetto per gli adulti che si occupano di lui e che sono responsabili di questo stato di cose.

 

Aggiungo un'osservazione di stampo psicoanalitico:  quando – come nel caso in oggetto – è un figlio maschio ad essere isolato dal mondo esterno dalla madre si realizza una situazione che difficilmente il bambino contesterà, perché aver espulso il padre dalla famiglia, con la conquista del totale affetto e della totale attenzione della madre, rappresenta per lui la realizzazione dei desideri edipici che qualunque figlio e figlia sviluppa nei confronti del genitore del sesso opposto.

Il principio affermato dalla sentenza è importante anche perché ricorda a tutti che i maltrattamenti e gli abusi non sono semplicemente di natura fisica o sessuale, ma che esistono diverse forme di maltrattamento psicologico che non lasciano segni sul corpo e che turbano profondamente l’equilibrio di un bambino: privarlo di un rapporto continuativo ed equilibrato con i coetanei e con il mondo in cui crescerà e vivrà è un abuso grave nei suoi confronti e come tale non deve essere tollerato.

 

Fonte: La Stampa.it