Prendo spunto da ciò che sta accadendo in queste ultime ore in Liguria per parlare dell’importanza della psicologia delle emergenze.

La psicologia delle emergenze si occupa di processi psichici (cognitivi, emotivi, psicofisiologici, etc.) che avvengono non in condizioni "normali", bensì di come tali processi vengano ad essere rimodulati trasversalmente nelle situazione "acute".

Che cosa accade quando si verificano terremoti, attacchi terroristici, incidenti che comportano pericolosità chimica o nucleare, che investono l’intero tessuto sociale e che sono portatori di ansie a livello collettivo? I processi psicologici e sociali che si sviluppano in situazioni di forte criticità si presentano come un trauma alla coscienza dell’individuo e della collettività e non rientrano nella norma. Parliamo di  eventi che innescano reazioni di allarme.

Il quadro clinico, secondo la definizione del DSM-IV, è dominato da tre gruppi principali di sintomi:

1. la ri-esperienza dell'evento traumatico;

2. l’evitamento di stimoli o cose che lo ricordano e uno stato di intorpidimento emozionale;

3. uno stato di iperattivazione persistente.

A differenza di altri contesti, quando c’è un trauma di tale entità, come quello che in queste ore ha colpito la popolazione ligure, gli individui non vengono presi in modo isolato, ma considerati nel contesto di provenienza. In questo modo l’intervento psicologico assume una valenza psicosociale poiché considera i correlati collettivi del disagio post-traumatico. Questo significa fornire aiuto all’intera comunità colpita dall’emergenza. Il tipo di soccorso prestato assume diverse forme: dalla riconnessione del tessuto sociale, alla riattivazione dei servizi territoriali, alla semplificazione della  comunicazione.

A livello di principi generali di intervento, in Italia è diffusa l'aderenza al cosiddetto "Manifesto di Carcassonne" (2003):

  • La sofferenza non è una malattia
  • Il lutto deve fare il suo percorso
  • Un po' di pudore da parte dei mass media
  • Riattivare l'iniziativa della comunità colpita
  • Valorizzare le risorse delle persone di ogni età
  • Il soccorritore deve prendersi cura di se stesso (figure ad alto rischio di burn out)
  • L'intervento psicologico indiretto e integrato
  • L'intervento psicologico diretto dei professionisti

Nell’ottica dell’empowerment lo psicologo deve essere un facilitatore che aiuti le persone nel potenziare le strategie di coping e ad essere in grado di riprendere in mano le redini della propria esistenza. E’ necessario essere in grado di gestire i conflitti che possono originarsi all’interno della comunità, o tra diversi gruppi. Bisogna incentivare la ripresa delle normali attività, oltre che per motivi di natura pratica, anche per sostenere la comunità colpita nel riprendere fiducia, gradualmente, nel futuro. E’ opportuno tenere conto delle diverse specificità della comunità in cui si va ad operare: sono indicatori importanti la composizione della popolazione, dal numero degli anziani, a quello degli stranieri, delle coppie con figli, e del livello culturale. Il Manifesto di Carcassone opera un giusto riferimento al “pudore dei mass media”. Di fronte a calamità naturali o di altro tipo, i mezzi di informazione sono assai utili nella loro mission di comunicazione degli eventi, ma vi sono casi di giornalismo che tendono a scavare in modo improprio nel dolore delle persone (terremoto in Abruzzo nel 2009). Quindi occuparsi di emergenza significa anche sapere interagire in modo costruttivo, tra chi svolge il lavoro di informazione e chi è stato colpito da un evento tragico. A tale proposito è necessario ricordare che il confronto con il lutto è inevitabile. Risulta fondamentale considerare che l’elaborazione di un lutto richiede tempo, specie dopo un evento imprevedibile come una calamità. Operare nell’emergenza vuol dire lavorare con costanza ma discrezione, andare a “scavare” nel trauma a tutti i costi può essere controproducente.
E’ importante ricordare che anche i soccorritori e tutte le persone coinvolte nell’organizzare i lavori attorno a una calamità sono esposti a un lavoro ad alto grado di stress (ricorderete ad es. la vicenda dei vigili del fuoco che hanno soccorso il piccolo Alfredo Rampi con insuccesso, sviluppando nel tempo un DPTS).