Si è tenuto ieri, in un’atmosfera frizzante e colorata della Villa Campari a Sesto San Giovanni (MI), il convegno dal titolo “Trauma e patologia grave: continuità e discontinuità nelle cure”, organizzato dall’ICP (Istituti Clinici di Perfezionamento), Azienda Ospedaliera in cui lavoro, e la SITCC (Società Italiana di Terapia Cognitiva e Comportamentale).

Ho trovato particolarmente interessante questo convegno perché ha messo a confronto due modelli teorici diversi: quello psicoanalitico e quello del cognitivismo italiano più aggiornato, in particolare gli studi di Giovanni Liotti.

Molto spesso gli Utenti di Medicitalia.it sono allarmati di fronte all’entità del trauma, sono confusi e chiedono chiarimenti sulla natura del trauma e soprattutto sulle sue conseguenze.  

E’ fondamentale chiarire che cosa intendiamo per “trauma”, ovvero un evento che minaccia la vita o l’incolumità propria e/o degli altri e in cui la persona sperimenta di NON avere le capacità per sopravvivere. In tal senso non è il dolore, bensì l’impotenza che dà origine al trauma (overwhelming emotions). Quindi il trauma NON è l’evento stressante (fare un trasloco è uno stress, ma non è un trauma. Diciamo che  è lo stress post traumatico ad essere diverso dagli altri tipi di stress)

La dissociazione, invece, è il risultato di un deficit della normale integrazione dell’esperienza in strutture mentali coerenti e coese. Cioè coscienza, memoria autobiografica (“io”, in prima persona), episodica (con tutti i significati che possiamo attribuire) e identità non vengono assimilati e integrati tra loro.

 

Che rapporto c’è tra trauma e dissociazione?

Dalle ricerche del gruppo coordinato da Giovanni Liotti c’è un rapporto certo. È il fattore di vulnerabilità a rispondere con la dissociazione al trauma. Anche i sintomi del disturbo da stress post traumatico non sono abnormi, ma abnorme è l’attivazione del sistema di difesa (Cantor, 2005)

Liotti ha illustrato infatti come è strutturata la risposta fisiologica umana in caso di trauma: tra gli altri, vi è il sistema dell’attaccamento che interviene a bloccare il sistema di difesa (a livello neuroendocrino ogni volta che riceviamo rassicurazioni e protezioni quando siamo in difficoltà nel nostro sangue vengono rilasciati oppioidi endogeni: stiamo bene e il dolore passa, come quando la mamma da bambini ci rassicurava per un ginocchio sbucciato).

Si tratta di un sistema plasmabile dall’esperienza, che viene memorizzata. Questa memoria diventa un modello operativo interno che la persona applicherà tutte le volte.

Le cose si complicano quando un trauma viene subito e non c’è nessuno che possa rispondere e fornire aiuto;

oppure se c’è qualcuno che risponde, ma spaventa anziché rassicurare.

In questi casi il trauma scompagina le funzioni integrative della nostra mente: il dolore deve essere tenuto fuori dalla memoria, la memoria escluderà la memoria del dolore, per sentire meno male (anche con sintomi dissociativi psicosomatici).

Con Benedetto Farina, Liotti ha studiato i risultati dell’AAI (Adult Attachment Interview, un’intervista strutturata utilizzata da tanti anni che è in grado di dire che tipo di attaccamento ha l’adulto) attraverso le tecniche di neuroimaging.

I risultati evidenziano come all’AAI la connettività scompare nell’attività disorganizzata, che comporta la dissociazione.