Nei mesi passati si è parlato molto sui giornali e i mass-media di un nuovo studio sul rapporto fra depressione e genetica.

Una nuova ricerca rivela ora che una particolare variante di un gene (5-HTT) indebolisce i circuiti cerebrali che elaborano le emozioni negative, ne altera il funzionamento e scatena il rischio di sviluppare la depressione, soprattutto in presenza di eventi stressanti.

Gli scienziati dell'University of Michigan (Usa) smentiscono le ultime ricerche sull'argomento e con un accurato lavoro di metanalisi (tramite la comparazione di 54 studi sull'argomento) rinsaldano le teorie sulla base genetica della depressione.

Come afferma Srijan Sen, psichiatra della University of Michigan Medical School “Questo ci porta più vicini alla possibilità di identificare gli individui che potrebbero beneficiare di interventi precoci o di trattamenti su misura”.

Si apre la strada alla cosidetta "carta d'identità genetica della depressione" e al controllo della malattia che secondo le stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità entro il 2020 potrebbe essere la seconda patologia più diffusa nel mondo dopo i disturbi cardiovascolari.

I media hanno dato diffusione di queste ricerche dando risalto al fatto che la "depressione è nei geni" alimentando una rappresentazione della depressione come qualcosa di già stabilito, scritto nel misterioso, per i profani e il pubblico, codice del DNA.

Il codice genetico diventa sempre più oggetto di numerosi studi sulla eziologia di alcune patologie e da diversi anni i media riportano le più recenti ricerche.

Quello che mi preme sottolineare è la modalità con cui queste scoperte scientifiche vengono comunicate al pubblico e le finalità che diversi scienziati si pongono nello studio e analisi delle correlazioni fra DNA e disturbi depressivi.

Il focus delle ricerche è centrato sull'individuazione dei legami tra DNA e depressione come se le variabili ambientali e i fattori socio-culturali fossero in secondo piano. Non potrebbe essere altrimenti per studi che intendono analizzare quel determinato gene e che confermano nella comunicazione dei risultati e nelle parole di alcuni scienziati la volontà di arrivare ad una mappatura della popolazione e al trattamento generalizzato o ad una eventuale terapia genica come metodo e strumento per ridurre l'incidenza della depressione.

Senza nulla togliere al valore scientifico delle ricerche è evidente come nella comunicazione dei risultati i media e gli scienziati preferiscano restituire al pubblico un'immagine della depressione come malattia, come patologia oggetto degli studi della più scientifica medicina e psichiatria, tralasciando anche negli orizzonti applicativi degli studi stessi la correlazione con i fattori sociali e culturali associati.

Se la depressione si avvia ad essere la malattia del secolo e la seconda patologia più diffusa c'è anche da chiedersi come mai. Che senso ha insistere sulla diatriba base genetica o meno della depressione e delineare la carta d'identità genetica della depressione? Quanto contano gli interessi delle case farmaceutiche nel finanziamento di tali studi? Una volta che scopriamo i fattori genetici che facilitano la depressione che cosa ce ne facciamo?

Sono quesiti che vanno posti al pubblico nel momento in cui nella comunicazione dei risultati di queste ricerche si punta all'effetto mediatico e sensazionalistico della notizia: ecco il gene della depressione!

La depressione e i sintomi depressivi hanno a che fare con un male dell'anima che vede la persona in preda all'impotenza appresa, alla rassegnazione, all'inutilità del vivere e alla rinuncia del proprio protagonismo nelle relazioni e nella società.

Credo che gli scienziati e i professionisti della salute mentale debbano monitorare la rappresentazione sociale della depressione che viene veicolata dai mass-media. E' molto raro che i media riportino studi o riflessioni inerenti a cosa può davvero aumentare la depressione, quali sono i fattori che facilitano il fenomeno e l'insorgenza della malattia.

La prospettiva altamente specialistica e scientista nello studio di quello che è un male esistenziale, un fenomeno umano e relazionale rischia di travolgere il pubblico nella rappresentazione che depressi si nasce o si diventa se si è predisposti, che importa maggiormente la struttura del DNA che come si conduce la propria vita, intesa nella qualità degli affetti, delle relazioni, del gioco e del lavoro.

Se nel 2020 l'OMS prevede una diffusione enorme della depressione nella popolazione mondiale occorre chiedersi come mai stia succedendo ora, in questa epoca storica, cosa può fare la conoscenza del DNA umano e cosa possono fare gli uomini e le donne nelle loro società per prevenire la propria depressione, cosa favorisce il benessere sociale e di comunità?

E' abbastanza ovvio che una qualità soddisfacente delle proprie relazioni affettive e lavorative possa prevenire l'insorgere di malesseri esistenziali di una tale gravità come ad esempio i disturbi depressivi.

Indagare sulla qualità della vita e sul potenziamento della possibilità di cambiare e lavorare per il cambiamento personale e sociale credo siano dimensioni da considerare come fattori di prevenzione per la depressione.

Le predizioni economiche e sociali che vedono per il nostro pianeta un futuro caratterizzato da disastri ambientali, conflitti per l'approvigionamento delle risorse energetiche, precarietà lavorativa e welfare sempre più "leggero" ove inesistente diventano fattori di rischio non solo per la depressione ma per un disagio ed una difficoltà esistenziale al vivere comune che devono essere oggetto di studi e ricerche.

La capacità di poter lavorare per il cambiamento passa attraverso la consapevolezza di essere attori e protagonisti della propria vita, il mio timore è che la scienza del DNA unita alla manipolazione e parzialità nella comunicazione mass-mediatica possa favorire atteggiamenti di delega, rinuncia e impotenza di fronte a ciò che appare come niente di più radicalmente umano: il mal di vivere e la sofferenza esistenziale, che nelle sue diverse forme può assumere l'aspetto della depressione clinica e dei disturbi depressivi.

L' eccessiva medicalizzazione o tendenza allo scientismo che ci offre l'era di Internet e delle tecnologie avanzate può contribuire ad affrontare qualsiasi tema oggetto della esperienza umana come una malattia , come un disagio da combattere a suon di pillole e farmaci piuttosto che anche attraverso programmi di prevenzione che passino per un miglioramento delle condizioni di vita delle persone e delle comunità di appartenenza.

La depressione pertanto dobbiamo assumerla come parte della vita "normale" di una popolazione, come fenomeno con cui relazionarsi facilitando il contatto con gli aspetti umani e relazionali della depressione, lavorando anche per la promozione di una cultura del dialogo, della pace e della solidarietà che possa esser quel "fattore ambientale" di sostegno di fronte al mal di vivere.

Gli studi sulla depressione e le "malattie mentali" non sono solo materia da scienziati, psicologi e sociologi ma sono un fatto umano e politico, appartengono all'uomo e alla polis, alla società.

 

La Repubblica - "La depressione è scritta nei geni. Uno studio spazza via ogni dubbio"

La Stampa - "Uno studio lo conferma la depressione è scritta nei geni"

ADN Kronos - La depressione? E' "scritta" nei geni