Questo è il quesito che viene posto con molta frequenza dai pazienti nel momento in cui, analizzata e definita la domanda del paziente e terminato l'iter diagnostico, noi psicoterapeuti indichiamo -quale trattamento elettivo per la sua patologia- la psicoterapia. Tuttavia interessa anche quelle persone che evitano di rivolgersi allo psicologo psicoterapeuta per timore che il trattamento possa essere molto lungo e, di conseguenza, estremamente costoso.

E' doveroso precisare che ci sono diversi tipi di psicoterapie e che io mi limiterò a parlare di quella di tipo cognitivo-comportamentale.

E' anche corretto sottolineare che, nel tempo, la terapia cognitivo-comportamentale (TCC) si è evoluta, cambiando per diversi aspetti, di fronte alle sempre più frequenti e recenti acquisizioni scientifiche, quali per esempio le neuroscienze.

Ma da molte persone è ancora conosciuta come un tipo di trattamento che agisce esclusivamente sui sintomi lamentati dal paziente e "breve". Entrambe queste caratteristiche non corrispondono alla TCC. Non è vero che la TCC lavora solo e superficialmente sul sintomo. Perché non si lavora esclusivamente sul sintomo? Perché, per esempio nei disturbi d’ansia, lavorare soltanto sul sintomo vuol dire amplificarlo al paziente anziché trattarlo e rimuoverlo. Se, al contrario, si lavora sostanzialmente sulle credenze o sui meccanismi di funzionamento del sistema che sono a loro volta esprimibili come credenze metacognitive (ad esempio: occorre porre attenzione a tutte le possibili minacce, occorre evitare qualsiasi rischio, ecc…) sarà possibile identificare e rimuovere le credenze che costituiscono un ostacolo al cambiamento. Il paziente starà bene.

Ritengo debba esserci un accordo semantico anche sul termine "breve". Breve non vuol dire, infatti, miracolosa, né frettolosa o superficiale, ma nemmeno quantificabile in termini di sedute necessarie per curare un disturbo.

Con buona probabilità "breve" si riferisce al fatto che ha una durata inferiore rispetto ad altre forme di psicoterapia. Ma il concetto fondamentale è che la durata della psicoterapia è circoscritta al disagio portato dal paziente. Esattamente come un chirurgo, il quale per asportare un male deve incidere anche nella adiacente porzione sana per poter rimuovere tutto il male, così lo psicoterapeuta si limiterà a esplorare e lavorare sulle parti malate del paziente, sfiorando inevitabilmente anche le parti sane. Ma non ha alcun senso andare a lavorare sulle parti funzionali del paziente, perché non c’è alcun bisogno di farlo. Vanno bene così. Non solo infatti non ci sarebbe l’utilità, ma si dilaterebbero inevitabilmente anche i tempi.

In quanto tempo?

Non è possibile dirlo a priori. Per tante ragioni diverse. L’essere umano, a differenza di una palla che, se colpita da un calcio, si muove secondo le leggi della fisica, o di un cane che, se colpito si comporterà in modo diverso a seconda se il calcio è stato dato dal padrone o da un’altra persona, è imprevedibile perché ha molti gradi di libertà. Una persona, colpita da un calcio, può reagire in tanti modi diversi, a seconda del tipo di relazione che ha con l’altro, delle intenzioni, dello stato d’animo in cui si trova, del significato che attribuisce e condivide, ecc… E’ necessario conoscere quel paziente e rispettare i suoi tempi. Accade spesso che lo psicoterapeuta comprenda molte questioni prima del paziente, ma il suo compito è facilitare, mostrare, favorire, NON forzare un cambiamento che il paziente –in quel preciso momento della sua vita- non è ancora pronto a fare o neppure a vedere.

In realtà, pur essendoci protocolli validati di intervento, ogni trattamento psicoterapico è pensato per quel paziente, in base alla diagnosi, e alle sue modalità di stare nella vita.

D’altra parte un trattamento troppo lungo, come si è già intuito, non solo non permette di risolvere con efficacia ed efficienza un disturbo, ma non è neppure possibile attribuire a quel trattamento specifico il cambiamento del paziente.

Pertanto la durata di una psicoterapia sarà il tempo necessario e sufficiente per mostrare al paziente il suo modo disfunzionale di approcciarsi col mondo e promuovere un cambiamento. O, per dirla ancora meglio, sarà il minor tempo possibile per affrontare e risolvere la patologia.  Non sempre la psicoterapia si conclude con il cambiamento: è sufficiente che il paziente abbia compreso come funziona, che abbia cominciato a maneggiare i propri schemi e che abbia tutti gli strumenti per camminare da solo. A questo punto la psicoterapia è già finita.