La roba di mastro-don Gesualdo e le madeilenes di Proust

La crisi economica ci ha resi più poveri e soprattutto più spaventati nei confronti del futuro, e questo ovviamente si riflette sui consumi, sul modo di procurarsi ed utilizzare gli oggetti; in continuazione vengono sfornati nuovi modelli di comportamento: noleggi, baratti, scambi, riciclo e così via.

Negli USA è stata lanciata una moda estrema, la “100 thing challenge”: la sfida di vivere per un anno con solo 100 oggetti (compresi vestiti, posate, stoviglie e biancheria di casa); il resto andrebbe gettato, o noleggiato, per dimostrare che non bisogna essere schiavi delle cose materiali.

In realtà il modello di vita americano è molto lontano dal nostro: si cambia facilmente lavoro, spesso non per propria scelta, e si trova facilmente casa in un’altra città o in un altro Stato. E’ una consuetudine quindi, in occasione dell’ennesimo trasloco, alleggerirsi vendendo gli oggetti inutili davanti a casa oppure, più modernamente, su eBay.

In Italia si cambia lavoro e abitazione più di rado, e le nostre case, nonché le cantine e le soffitte, traboccano di oggetti, spesso inutili. E’ un male? è un bene?

Secondo me è semplicemente un dato di fatto; gli oggetti di per sé non sono buoni né cattivi.

Alcune persone, come il mastro-don Gesualdo di Verga, considerano le cose che possiedono (la “roba”) la dimostrazione della loro riuscita nella vita, la rivincita nei confronti delle avversità che hanno dovuto combattere, gli strumenti di un riscatto sociale.

Proiettano sugli oggetti una parte di sé, al punto che un banale graffio alla carrozzeria dell’auto diventa un’offesa narcisistica alla quale reagiscono con un’ira sproporzionata. Spesso la cronaca riferisce risse o addirittura delitti scatenati da liti di condominio dovute a piccoli danneggiamenti alla proprietà privata.

A volte queste persone appaiono generose, fanno regali preziosi alle persone care, ma anche questa generosità è spesso autocelebrativa e non rispecchia le reali esigenze ad esempio dei figli: è classico il caso del bambino superaccessoriato che però di fatto è solo, non ha la compagnia dei genitori, troppo impegnati altrove. Addirittura a volte è il bambino a diventare un oggetto da esibire, bello, pulito e “firmato”, per la vanità dei genitori.

Del resto però gli oggetti, come ci accorgiamo quando cerchiamo di sgombrare armadi o garage, sono anche carichi di ricordi, e sono parte di noi: quel ciondolo un po’ banale ricorda una bella giornata di mare, quella sciarpa è un regalo di una persona che non c’è più, la tovaglia ingiallita ha visto tanti pranzi di Natale con la famiglia riunita... “Le buone cose di pessimo gusto” sono difficili da eliminare, dobbiamo avere serie motivazioni per farlo, altrimenti questa operazione ci intristisce, come se cancellassimo una parte della nostra vita.

Il contrario succede quando finisce una relazione: la soddisfazione di infilare in uno scatolone tutte le cose che ricordano l’ex è un atto liberatorio, la consapevolezza di esserci liberati da un legame affettivo che ormai faceva soltanto soffrire.

E’ importante quindi avere un rapporto equilibrato con gli oggetti, senza attaccarsi troppo, ma senza nemmeno sentirsi in colpa se li si desidera o li si acquista; la vita è già abbastanza complicata senza dover aderire in modo acritico a modelli di comportamento alla moda che però non sentiamo nostri.