Il mese prossimo, come consuetudine, chi ha dei figli che devono intraprendere un nuovo ciclo scolastico, sarà alle prese con le iscrizioni.

Vorrei qui esprimere il mio punto di vista in merito alla possibilità di iscrivere alla scuola primaria, l’ex scuola elementare, bambini cosiddetti “anticipatari” (nel caso specifico, nati tra gennaio e aprile del 2007), in modo da offrire qualche ulteriore spunto di riflessione.

Anche se è indubbio che le potenzialità di un bambino di cinque anni siano molto ampie dal momento che l’ambiente circostante è, per certi versi (piccola digressione polemica: solo per certi versi, dal momento che la maggior parte dei bambini che iniziano a frequentare la scuola sono incapaci -nessuno glielo ha insegnato- di azioni basilari come soffiarsi il naso, legarsi le scarpe o tirar su la cerniera del giubbotto!), decisamente più stimolante rispetto ad un passato nemmeno troppo lontano, bisogna tener conto di molti altri fattori nel decidere se un bambino è pronto o no per la scuola primaria.

Come spesso accade, si tratta di distinguere tra i nostri bisogni di adulti e quelli del bambino.

La scelta non va fatta, ad esempio, perché l’amichetto che ha un anno un più lascia la scuola dell’infanzia, né perché si crede di far “guadagnare un anno” al proprio figlio (di questo non c’è alcuna garanzia e i “costi” per il piccolo sono elevatissimi), né per sentirsi orgogliosi del fatto che a cinque anni vada già a scuola.

Teniamo presente che bisogna rispettare i tempi “biologici” di sviluppo intellettivo, ma soprattutto il bambino deve avere la possibilità di diventare autonomo dal punto di vista delle emozioni e dei comportamenti, delle relazioni interpersonali (sia con i coetanei sia con gli adulti), della fiducia in se stesso. Deve aver raggiunto la possibilità di fissare l’attenzione, di mantenerla fissata per un periodo di tempo sempre più lungo e di conseguenza di memorizzare ciò che gli viene presentato per poterlo apprendere. Se non sa stare seduto per più di pochi minuti, come è possibile questo?

Il rischio è che un bambino affettivamente e psicologicamente ancora troppo fragile sia costretto a vivere un’esperienza carica di angosce di separazione, di perdita e di inadeguatezza che possono provocare un blocco difensivo e un arresto (sebbene temporaneo) dell’apprendimento e della disponibilità ad apprendere, di un libero e rilassato esercizio delle funzioni del pensiero.

Già normalmente nelle classi prime ci si trova di fronte ad un panorama estremamente eterogeneo, a diversi livelli di “maturazione” rispetto all’età cronologica, ma se a questo si aggiunge la possibilità di mettere insieme bambini che hanno differenze di età fino a 15 mesi (dai nati nel gennaio di un anno a quelli dell’aprile dell’anno successivo), è ovvio che il problema si complica ulteriormente sia pensando ai prerequisiti posseduti dai bambini, sia in riferimento alle “prestazioni”  richieste dalla scuola primaria.

Sarebbe meglio forse rispolverare la vecchia proposta di rendere obbligatorio l’ultimo anno della scuola dell’infanzia, lasciando a questa i compiti e i ritmi che ben sa rispettare, senza d’altro canto rischiare di non permetterle di svolgere il proprio compito educativo in quanto costretta ad accogliere bimbi di due anni e mezzo per supplire alle carenze di strutture adeguate (= asili nido).

Ma questa è un’altra storia.