Quando si parla di disturbi sessuali è piuttosto difficile distinguere quanto l’ansia ne sia causa oppure conseguenza: più probabilmente anche in questo campo non si tratta di trovare delle causalità lineari, ma delle causalità circolari, in cui il problema, se non adeguatamente affrontato, rischia di autoalimentarsi.

Comunemente alcune disfunzioni della sfera sessuale vengono connesse ad una problematica di ansia da prestazione. Il termine prestazione riconduce però ad una concezione distorta dell’atto amoroso e dei suoi obiettivi: da modalità per esprimere un sentimento interiore (“fare l’amore”, ossia rendere l’amore un fatto) diventa invece mera prova od esibizione, per sé e/o per il partner, delle proprie abilità e competenze sessuali. Per alcune persone il piacere del partner è vissuto come più importante del proprio e da questa convinzione può sorgere la necessità di impegnarsi, anche in maniera ossessiva, in una prestazione che lo soddisfi e non ne deluda le aspettative. Si resta pertanto inevitabilmente invischiati in una dimensione di valutazione e di giudizio, in cui la paura dell’insuccesso e del fallimento non fanno altro che alimentare l’ansia e contribuiscono quindi a far succedere proprio ciò che si temeva potesse accadere. Sebbene tale comportamento si riscontri maggiormente negli uomini, le donne non ne sono esenti, ad esempio in funzione del timore di non essere all’altezza dei modelli mediatici (es. immagine corporea negativa) o dei falsi miti sulla sessualità con cui si paragonano (es. orgasmo clitorideo versus orgasmo vaginale).

Le conseguenze possono essere l’emergere di disturbi quali eiaculazione precoce, disfunzione erettile, difficoltà o impossibilità di raggiungere l’orgasmo, non riuscendo così a conseguire l’appagamento sessuale, individuale e di coppia, desiderato.

Già negli anni ’70 la psichiatra Helen Singer Kaplan evidenziava in alcune persone l’esistenza di comportamenti di autosservazione o pensieri critici ossessivi che non consentono il necessario abbandono  erotico e che, a suo dire, potrebbero essere letti come atteggiamenti involontari di difesa dalle sensazioni erotiche (che andrebbero, ovviamente, indagati caso per caso). 

Nello stesso periodo, il ginecologo William Masters e la psicologa Virginia Johnson coniarono il termine spectatoring per indicare un fenomeno consistente nel “porsi al di fuori di sé” come osservatori e spettatori  giudicanti delle proprie reazioni sessuali e della propria performance, in cui diventa difficile bloccare i pensieri ossessivi riguardo la propria risposta sessuale e i commenti interni sulla propria attività.

Più recentemente, Barlow ha descritto tale manifestazione come un caso particolare di un più ampio modello di deficit prestazionali (non quindi esclusivamente in ambito sessuale), connessi a spostamenti del focus attentivo dovuti all’ansia. Secondo i suoi studi, l’inibizione dell’eccitazione (da cui sovente dipendono i problemi sessuali che le persone lamentano) è da collegare all’interruzione dell’elaborazione degli stimoli erotici, derivata dall’interferenza cognitiva e dalla “distrazione” dei pensieri disturbanti causati dall’ansia.

Anche fisiologicamente eccitazione e preoccupazione non vanno d’accordo: che fare allora?

Si dice che bisogna perdere la testa per entrare nel corpo. Questo per dire che un’attività sessuale soddisfacente necessita di calma emotiva e capacità di lasciarsi andare all’esperienza erotica, senza un eccessivo controllo mentale, cioè evitando di pensare quando invece si dovrebbe provare una sensazione.

Si tratta quindi di indirizzare nuovamente la propria attenzione sulle sensazioni fisiche dell’esperienza sessuale che si sta vivendo, privilegiando perciò il canale sensoriale cenestesico per ricevere ed inviare “informazioni” (quello che naturalmente si usava da neonati).

In terapia sessuale sono previste delle mansioni che mirano proprio a reiterare l’esperienza di piacere in assenza di ansia da prestazione, così come la prescrizione di specifiche posizioni durante l’atto sessuale.

Ovviamente si tratta di adeguare alcune indicazioni generiche alla specificità dell’individuo e della coppia di cui fa parte, pertanto esse vanno inserite in un iter terapeutico personalizzato: in alcuni casi le disfunzioni sessuali di origine psicogena possono essere risolte molto efficacemente con terapie sessuali brevi, in altre situazioni il trattamento del disturbo sessuale rientra tra gli obiettivi di un più generale percorso psicoterapeutico, e in altre ancora può essere sufficiente un intervento psicopedagogico per chiarire alcuni meccanismi di funzionamento e correggere eventuali aspettative irrealistiche legate a teorie naïves sulla sessualità e “sbloccando” così la situazione.

In ogni caso, l’obiettivo non deve essere l’orgasmo, ma il piacere.