Una parte consistente di utenti si rendono protagonisti di un interessante fenomeno, quando ci scrivono per una richiesta. La richiesta in questione può essere riassunta così: “Aiutatemi a risolvere il mio problema, ma senza dirmi: ‘Vada dallo psicologo’. Ce la devo fare da solo”.

Le spiegazioni addotte sono varie, per esempio:

1) “Ho sempre cercato di risolvermi da solo i problemi, quindi devo farcela anche stavolta.”
2) “Andare dallo psicologo mi farebbe sentire davvero malato, invece il mio è solo un problema psicologico.”
3) “In fondo, il mio non è un problema così grave: mi basterebbe un piccolo aiuto e ce la potrei fare da me.”
4) “Non riuscirei a reggere l’imbarazzo e la vergogna di raccontare a qualcun altro i miei problemi.”
5) “Dovrei confessare ai miei genitori/ai miei cari che vado da uno psicologo, e questo non sarebbe tollerabile.”
6) “La mia situazione economica non mi permette di andare da uno psicologo; questo servizio invece è gratuito.”

Ma la spiegazione che preferisco, la mia number one, è:

7) “Non ho molta fiducia in psicologi, psichiatri ecc.”

In tutte queste spiegazioni c’è un elemento costante, macroscopico, come il proverbiale elefante in salotto, del quale però l’utente non sembra riuscire a rendersi conto: la presenza di un fondamentale paradosso nella richiesta. In sostanza è come se l’utente stesse dicendo:

“Mi rivolgo a voi, psicologi, per fare da me, cioè perché mi diciate come poter fare a meno degli psicologi.”

È evidente che si tratta di una richiesta paradossale: in qualunque modo le si risponda, c’è qualcosa che non torna. Se io, psicologo, potessi aiutarti a distanza - ammesso che fosse possibile - non staresti risolvendo da solo il tuo problema, lo staresti facendo attraverso il mio aiuto. D’altra parte, se non ti aiutassi, potresti iniziare a dubitare o a rafforzare una convinzione preesistente che gli psicologi, in fondo, non servono a molto. Comunque la si giri, l’utente si trova in posizione perdente, si è sconfitto da solo.

Quando il malefico bug di ragionamento viene svelato e messo di fronte ai loro occhi - io lo faccio spesso - gli utenti mostrano disappunto, rimangono disorientati: è come se gli venisse smontato qualcosa di cui avevano bisogno per tenere a bada le loro ansie.

Non c’è malizia in questo genere di richieste, sia chiaro. L’utente è alle prese con un problema e si arrabatta come può per cercare di farvi fronte. Viene a sapere che su internet c’è un servizio gratuito, chiamato Medicitalia, si collega ed espone il suo disagio. Aiutatemi, per favore. È del tutto comprensibile.

Le richieste paradossali, tuttavia, quasi sempre sono di per sé indice di problematicità, come c’insegna la tradizione di ricerca di Palo Alto. Molte psicopatologie sono correlate a difficoltà e incongruenze di comunicazione che, a loro volta, correlano a convinzioni e credenze altrettanto problematiche o paradossali. Perciò, quando l’utente esprime una richiesta del tipo:

“Mi rivolgo a voi, psicologi, perché mi diciate come poter fare a meno degli psicologi.”

possiamo prenderlo come segno quasi certo che sotto c’è realmente un problema psicologico ad affliggerlo. Che la descrizione del problema riguardi ansia, umore depresso, problemi sessuali, relazionali o altro, l’utente è vittima di un autoinganno particolarmente insidioso, che poi è lo stesso del tipico studente che s’iscrive a psicologia: crede di potersi risolvere da sé, studiandoci sopra, questioni sue personali. Più m’informo, più mi avvicinerò alla soluzione. Siamo nell’era dell’informazione, dopotutto, siamo persuasi che informazione equivalga a potere. Ma i problemi psicologici interessano quasi sempre le emozioni e sono circolari, non lineari. Sapere che dovremmo lasciare una persona che ci causa più problemi di quanti ce ne risolva, è cosa completamente diversa dal sentire che dovremmo farlo. Sapere che mi farebbe bene essere più socievole, non ha nulla a che vedere con il sentire il modo in cui riuscirci.

C’è un tratto che accomuna non solo le richieste come quelle che stiamo esaminando ma, dopo aver risposto a più di 8.000 consulti, sembra accomunare molti utenti dell’area di psicologia di Medicitalia: sto parlando del tratto di carattere noto come ossessività.

In generale, molti dei nostri utenti sembrano presentare un tratto ossessivo abbastanza marcato. Ciò non vuol dire automaticamente patologico; a distanza non è possibile fare diagnosi, quindi non possiamo sapere con certezza se siamo in presenza di patologia o meno. L’ossessività è un tratto presente in misura maggiore o minore in qualunque individuo. È il tratto responsabile ad esempio della precisione, della pignoleria, del bisogno di “fare le cose per bene”. Tutte qualità desiderabili. Nella sua versione patologica, però, l’ossessività è mantenuta in vita da una tendenza ansiosa di base, che invece di esprimersi attraverso sintomi somatici (per es. panico, tachicardia, somatizzazioni ecc.) si esprime attraverso il dubbio o la preoccupazione che potrebbe succedere o stia succedendo qualcosa d’indesiderato.

Le tentate soluzioni escogitate dall’ossessivo per tenere a bada l’ansia sono molteplici, ma si possono essenzialmente ricondurre alla tematica del controllo. Se riesco a controllare qualcosa, avrò più potere su di essa, pensa l’ossessivo, quindi mi farà meno paura. Controllo può voler dire verifica, ripetizione ritualistica ma anche, come già detto, maggiori informazioni.

Ecco quindi in che senso molti utenti che scrivono a Medicitalia sono un po’ ossessivi: l’idea di consultare uno specialista a distanza, sotto anonimato, per fargli delle domande, regala una forte illusione di controllo sul processo di consultazione: non mi vedi, non sai chi sono, ti chiedo consigli che poi potrò decidere in tutta autonomia se mettere in pratica o no. In più, posso ricevere risposte da molti specialisti diversi.  E in psicologia è una vera manna, dato l’elevato numero di professionisti iscritti.

Indizi di ossessività ipercontrollante sono ravvisabili nelle spiegazioni n. 1, 2, 3 e nella n. 7. In quest’ultima potrebbe essere presente anche una leggera sfumatura paranoica, espressa sotto forma di sfiducia o paura di poter restare danneggiati dal contatto con lo specialista, contatto che a distanza si riduce al minimo necessario. Inoltre, sempre nella 7, l’utente sembra non rendersi conto di star dicendo: “Non mi fido degli psicologi” proprio a degli psicologi, a cui chiede, dichiarando però di non fidarsene, un aiuto concreto per risolversi “da solo” un problema. Un simpatico paradosso nel paradosso!

Nelle n. 2 e 3 può essere presente una negazione della gravità e urgenza del problema. Ma basta domandare: “Allora, se non è così grave, come mai si è rivolto a degli psicologi?” per svelarla. A volte lo sminuire il problema sembra quasi uno stratagemma, da parte dell’utente, per cercare di “estorcerci” un consiglio. Il ragionamento è: “So che non potete fare psicoterapia online, ma il mio non è un caso da psicoterapia, mi basta solo un consiglio”. Dopo magari aver elencato paurose e preoccupanti liste di sintomi, che lasciano intendere che il problema c’è, eccome.

La giustificazione n. 2, inoltre, rende conto di una negazione più generale e radicata nel vasto pubblico, ovvero che i problemi psicologici debbano/possano essere trattati in modo fondamentalmente diverso dalle altre patologie. Il che è vero, ma per altri motivi. “Il mio è solo un problema psicologico”, perciò ovviamente devo riuscire a risolvermelo da solo. Dopotutto, dobbiamo essere padroni di ciò che ci passa in mente, no? Di nuovo la tematica ossessiva: se la mia mente fa ciò che non deve, ho solo bisogno delle informazioni necessarie per rimetterla sotto controllo.

Le n. 4 e 5 possono rimandare ad aspetti di vergogna e stigma sociale del recarsi dallo psicologo o dallo psichiatra, i “dottori dei pazzi”. La sentiamo da utenti di alcune zone geografiche più spesso che da altre, presumibilmente per motivi di cultura locale.

Nella spiegazione n. 6 è invece presente una speranza illusoria, anche questa ampiamente diffusa: che un consulto online possa avere lo stesso valore ed efficacia di un intervento di persona. Non è così, purtroppo. Per motivi sia di deontologia professionale che di politica del sito, non possiamo fornire indicazioni diagnostiche né intervenire direttamente sul problema presentato. Possiamo limitarci solo a un orientamento generale e a qualche suggerimento, ma sempre con il contagocce. Anche perché, tanto, un intervento a distanza non funzionerebbe comunque. Inoltre il problema economico può essere in molti casi aggirato: esistono forme di terapia breve altrettanto efficaci di altre più tradizionali; esistono il servizio pubblico, i centri di ascolto psicologico per studenti universitari ecc.

Insomma, valutate bene su cosa si basa la vostra riluttanza a rivolgervi di persona a un professionista, perché potrebbe essere essa stessa parte del problema.