La maggior parte degli episodi di bullismo avvengono nell’ambito scolastico, e ciò può essere legato al fatto che il “Bullo” cosiddetto, probabilmente prova sentimenti di inferiorità rispetto ai compagni di classe circa il rendimento per esempio, oppure vive male il non essersi integrato nella classe o ancora sente di non ricevere il giusto riconoscimento dai genitori, dagli insegnanti e dallo stesso gruppo di pari. Come dovrebbero comportarsi i genitori?

I genitori dovrebbero essere i primi ad essere informati dalla scuola nei casi di episodi di bullismo che vedano coinvolti i loro figli; la comunicazione è quindi un fattore di estrema importanza e la collaborazione può essere un elemento risolutorio. Sarebbe importante organizzare degli incontri tra insegnanti e genitori, dapprima per cercare di coordinarsi e affrontare al meglio il problema e poi coinvolgere i ragazzi protagonisti della questione. I genitori dovrebbero accogliere totalmente il proprio figlio e far sentire innanzitutto la vicinanza emotiva, al fine di facilitare il racconto dettagliato dell’accaduto, che spesso per timore o per vergogna viene spesso tenuto nascosto dal ragazzo.

Un adolescente può compiere atti di delinquenza perché prova sentimenti di inferiorità, ira, invidia, rancore, gelosia o paura che non ha imparato a controllare; desiderio di affermare l’indipendenza, di avere regole proprie non imposte; desiderio di accettazione sociale, di ottenere ciò di cui necessita per essere rispettato come persona. Ciò può accadere perché l’ambiente familiare è caratterizzato da mancanza di affetto, da sentimenti di svalutazione; presenza di genitori separati.

I genitori dei “bulli” dovrebbero cercare di capire cosa si nasconde dietro l’atteggiamento antisociale e alle volte prevaricatore del proprio figlio. Ciò consisterebbe nel cercare un dialogo qualora non ci sia mai stato o incentivarlo qualora sia stato spesso carente. L’educazione e la trasmissione dei valori del rispetto dell’altro/a in questo caso sono molto importanti. Sarebbe opportuna un’educazione incentrata sulla comprensione, sull’affetto e su un moderato permissivismo, che aiuti il ragazzo a capire che non può sentirsi libero di agire come vuole soprattutto nei confronti degli altri. I genitori dovrebbero incoraggiare il figlio nelle relazioni sociali, inducendolo a non assumere comportamenti asociali o di esclusione; insegnare ad esprimere la rabbia in modo maturo, costruttivo; evitare di educare tramite punizioni eccessive, proprio perché spesso i bambini potrebbero recepire questo sistema come il metodo per far rispettare le proprie regole al di fuori della famiglia. I genitori dovrebbero insegnare ad assumere comportamenti di tolleranza ed empatia nei confronti dell’altro; spesso i “bulli” risultano essere poco empatici e altruisti e quando mettono in atto atteggiamenti di sottomissione, non si rendono conto della gravità del loro gesto. Le loro azioni prevaricatorie non vengono percepite come un problema, bensì come semplici “scherzi”.

Aiutare i “persecutori” o le “persecutrici” a prendere atto del loro modo di agire è importante per far crescere in loro la consapevolezza e la responsabilità.

Una regola fondamentale per chi vive questo problema sia come vittima che come “persecutore” è confessare, parlare e condividere l’accaduto. La vicinanza dei genitori, fratelli, amici e persone di riferimento è senz’altro di aiuto e sostegno; serve a non sentirsi, una volta assunta la consapevolezza di ciò che si sta vivendo, a non sentirsi soli, giudicati e stigmatizzati.

Le agenzie di socializzazione piu’ importanti, per esempio la scuola, dovrebbero sensibilizzare su questo tema , sia i genitori che gli stessi ragazzi, organizzando incontri formativo- esperienzali ad hoc periodici in cui si trasmettono delle linee guida importanti e in cui ci si confronta attraverso l’auto-mutuo-aiuto, ovvero la condivisione di vissuti simili.